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Trump: 10 mesi per entrare o per uscire dalla storia?

Il presidente statunitense continua ad essere dipinto come un cow-boy spaccone e pistolero

Trump: 10 mesi per entrare o per uscire dalla storia?

Donald Trump

Dieci mesi. È il tempo della pazienza. Lo è, dove apertamente e dove malamente celato, per quanti in Europa come negli stessi Stati Uniti, in America Latina come in Medio Oriente, in Cina come in Centrasia, aspettano le elezioni di Mid Term. Coltivano la speranza che a novembre sia rispettata la prassi elettorale che vuole l’inquilino della Casa Bianca trasformato in un’ “anatra zoppa” dalla sconfitta subìta al Congresso dal suo partito; o che il suo potere venga, se non fortemente ridotto, almeno temperato.

Il presidente statunitense Donald Trump continua ad essere dipinto, dentro e fuori dagli Usa, da una parte consistente dei media e per un pubblico pregiudizialmente ostile o sostanzialmente disinformato e distratto, come un cow-boy spaccone e pistolero. Di là dai limiti della sua formazione culturale e politica, dell’incapacità di riunificare giorno dopo giorno una nazione divisa non solo etnicamente ma coesistente, riappacificandola dietro un obiettivo comune come fece Ronald Reagan, c’è da sottolineare l’incredibile sua determinazione. La forza mostrata anche nel modo in cui reagì all’attentato e con la quale 1) ha affrontato una eredità disastrata e disastrosa sia sul piano nazionale che su quello internazionale; 2) ha conquistato, perso e riconquistato la presidenza; 3) resta coerente tra quanto dice e quanto fa, di là dal suo modo plateale e apparentemente contraddittorio d’apparire; 4) mantiene un rapporto pragmatico con Vladimir Putin, responsabile di un impero che significa Occidente euro-asiatico, e di fiducia con Benjamin Netanyahu (a dispetto del ruolonefasto - suo e della destra religiosa che lo sostiene - in Cisgiordania) perché rappresenta Israele, la democrazia di riferimento in Medio Oriente che oggi esprime un Netanyahu ma domani un nuovo Ytzhak Rabin.

Le indagini demoscopiche confermano una certa delusione verso Trump da parte del suo elettorato più “isolazionista”, restìo a comprendere ch’è la  proiezione esterna – politica, finanziaria, economica e militare – a influenzare sostanzialmente la situazione interna degli Stati Uniti. E questo proprio mentre, tra sanzioni e dazi ballerini, la bilancia commerciale riduce il deficit, la Borsa e l’occupazione procedono benino e il costo della vita, sì, cresce ma – vallo a spiegare ai concittadini! -- come dappertutto e meno che nel Vecchio Continente.

L’afflusso di milioni d’immigrati illegali è stato fermato, oltre un milione di clandestini rispediti lo scorso anno ai Paesi d’origine. Oltre ai miliardi risparmiati per il regime corrotto dell’Ucraina e una guerra tanto stupida quanto controproducente, il capo della Casa Bianca ha ridotto i fondi per le università (e non solo) che hanno affiancato al merito misure di discriminazione razzialecontro…i bianchi e-o incoraggiato gli estremismi della “cancel culture” o della “politica woke”; ostacola il troppo facile cambiamento di sesso tra minori che fa prosperare molte cliniche; lascia completa libertà di opinione mentre altrove è repressa e nel Vecchio Continente persino punita col carcere se non ‘politicamente corretta’, vedi la Gran Bretagna dov’è argomento persino di sarcasmo e barzellette (“Come va la vita?”, la domanda. “Non mi posso lamentare…”, la risposta). E si rivela prudente nelle operazioni militari compiute, in Venezuela, o minacciate, in Iran. E Tanto per fare qualche esempio.

Le importazioni dalla Cina cambiano rotta. Pechino le muove dagli Stati Uniti verso l’Europa (che si lamenta ma ne fa incetta, Germania in primis), l’Asia altra, l’Africa e dovunque possano essere moltiplicati i milleduecento miliardi di dollari guadagnati l’anno scorso dall’iper-esportazione di prodotti:  opera di un popolo dai severi costumi confuciani e di inossidabili risparmiatori, insomma di laboriosissime formiche e instancabili commercianti.  Miliardi di dollari cheall’impero millenario possono aprire nuovi mercati da presidiare, governi da ‘comprare’, miniere e porti e scali e schiavi da sfruttare. Ma non più come prima negli Usae neppure nel resto dell’America, come promettono il Canale di Panama, il Venezuela e… i funerali a Cuba delle guardie della sicurezza di Nicolàs Maduro eliminate durante il blitz (neppure servirono l’11 settembre del 1973 in Cile a Salvador Allende, altra e piùalta statura d’uomo: la lezione all’ex camionista non è servita). Mentre l’Europa arranca e rincorre, in una costosa sarabanda d’appuntamenti e foto-ricordo che nessuno conserverà, Washington spalanca le porte allo sviluppo delle tecnologie del futuro e riscopre il progetto di Ronald Reagan di Scudo Spaziale.

Denominato ora Golden Dome e dovrebbe includere anche l’Artico con la cassaforte di minerali e ‘terre rare’  che custodiscesotto ghiacci. Uno scudo dinanzi sia alla Cina, che accompagna l’espansionismo commerciale con un riarmo accelerato, sia alla Federazione russa se Mosca non dovesse recuperare autonomia da Pechino. La Russia  in crisi demografica che sull’Artico si protendegeograficamente e strategicamente, al pari degli Stati Uniti,  e che Trump vorrebbe strappare all’abbraccio con la Cina. Comprende, il presidente americano, che Mosca difende il suo impero multietnico e multinazionale affidandosi a nuove generazioni di missili nucleari e all’esportazione sottobanco d’energia, in mancanza d’altro. Una Russia che puntava alla “casa comune europea” e alla stessa Nato ma ora, delusa dall’Ue e dai predecessori di Trump alla Casa Bianca, rinsalda l’identità nazionale con la riscoperta delle sue radici storiche e religiose conciliate con quelle altrui in un patriottismo non più imperiale né ideologico, bensì ‘federale’. Una Russia che si sente accerchiata in Europa e ai confini siberiani e che teme le correnti fondamentaliste che attraversano il Centrasiaabbandonato trentacinque anni fa. Timori che condivide con Usa e Ue.


Trump l’aveva predetto durante il primo e il secondomandato. Washington non devia dalle direttrici dell’interesse dell’Occidente – euroatlantico ed euroasiatico – il cui traguardo a medio termine dovrebbe essere un equilibrio tripolare (Usa-Ue, Russia, Cina) volto a un equilibrio multipolare (con l’India e le potenze macro-regionali emergenti). A riconfermarlo, l’accusa ribadita a Volodymyr Zelensky, e con lui all’attuale leadership europea, di fungere da “ostacolo” a una intesa con Mosca che non concerne la sola Ucraina. Certo, resta che la sua visione strategica può su alcune questioni – ad esempio l’Artico -- divergere persino da quella dei suoi più stretti alleati. Ma è nell’ordine delle cose.

Vale la pena sottolineare la prudenza finora dimostrata da Trump nelle crisi internazionali. In Iran è deflagrata proprio mentre parte la fase-2 per Gaza con il problematico varo del ‘Consiglio per la pace’. Per molti versi, ne è la conseguenza. Il seme della democratizzazione nel mondo musulmano non è marcito sotto l’oppressione dei regimi e dei costumi, e fa germogliare movimenti di libertà e nascere nuovi frutti come testimoniano le prime e coraggiose riforme nella stessa Arabia Saudita. La rivolta che ha incendiato l’Iranè giunta a un passo dalla rivoluzione, sollecitata in un primo momento da Tel Aviv e con Trump propenso all’attacco dei centri del potere. La prudenza ha spinto la Casa Bianca a sospenderlo. Sono destinate a fallire le rivoluzioni disarmate, prive di una leadership carismatica e del supporto di sezioni dissidenti sia negli ‘apparati della forza’ (ministeri di Difesa e Interni eorganizzazioni paramilitari centralizzate), sia nella rete dell’economia ufficiale e sommersa. Neppure era tale da far prevedere la fine di Alì Khamenei la fuga di capitali dall’Iran: i soldi degli oligarchi cresciuti e pasciuti all’ombra della corruzione del regime e della gestione diorganismi, associazioni e strutture clientelari dove coltivare il consenso dei ‘diseredati’.

Insomma, dopo la destabilizzazione di regimi alleati come la Siria e l’indebolimento delle arganizzazioni armate amiche (Hezbollah in Libano, gli Houhti nello Yemen), dopo i dazi a sfiancarlo economicamente e socialmente; dopo il suo centro nucleare bombardato… Trump ha sospeso il passo successivo e finale contro l’Iran. Una ultima chance a Teheran, con l’obiettivo sempre coltivato di una adesione agli Accordi di Abramo di un Paese che lentamente espella il regime che l’opprime e rinnega una cultura millenaria.

A spingere il capo della Casa Bianca concorrono altri fattori. L’Oman, il cui governo è il più accreditato negoziatore tra il fronte sunnita e quello sciita, ha confermato che il regime avrebbe reagito a un colpo forse mortale colpendo non solo Israele ma anche Arabia Saudita, Qatar, Emirati, le basi americane nell’area. Rischio che Cia e vertici delle forze armate Usa non sottovalutavano. E ad aggiungersi, le riserve sull’efficacia di un’operazione priva del supporto di una portaerei col suo gruppo d’attacco e senza il concorso di forze militari sul terreno. Ma ad influire su Trump è stata segnatamente l’apparizione di Putin come mediatore, considerati sia i consolidati rapporti della Russia con Israele e con l’Iran, sia le auspicabili relazioni future tra Washington e Mosca. Vedremo se il congelamento della situazione sia solo momentaneo, come sospetta un Khamenei infuriato e minaccioso.  


Per ricollegarsi all’inizio, i prossimi dieci mesi per molti attori internazionali saranno pure il tempo della pazienza. Ma la partita strategica è molto complessa e articolata. Gaza, Iran, Ucraina, Venezuela, Artico, l’Ue… come si disporranno nel disegno di Donald Trump? E poi, sa che molto ma molto difficilmente gli verrà offerta l’opportunità di un terzo mandato. Gli interessa ormai entrare nella storia. Da pacificatore,come desidererebbe e come indicherebbe la medaglia offertagli da Maria Corina Machado. D’obbligo il condizionale.

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