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09 Aprile 2026 - 10:05
Donald Trump
La disumanizzazione del nemico è sempre il primo lasciapassare morale per la crudeltà.
È la soglia che precede ogni abuso, ogni eccesso, ogni violazione del limite. Quando l’avversario smette di essere un uomo, diventa possibile tutto: contro i militari, ma soprattutto contro i civili.
Per questo il discorso pronunciato il 10 giugno 1963 da John Fitzgerald Kennedy alla American University resta una delle pagine più alte della politica del Novecento. Nel pieno della Guerra fredda, Kennedy ebbe il coraggio di compiere un gesto allora quasi impensabile: riconoscere dignità storica, culturale e umana al popolo sovietico. Ricordò il contributo della Russia alla letteratura universale, al progresso scientifico, alla vittoria contro il nazismo. Disse che americani e sovietici respiravano la stessa aria e avevano entrambi a cuore il destino dei loro figli.
Non era retorica. Era una scelta politica. Era il tentativo di sottrarre la pace alla logica della demonizzazione. Non una pax americana imposta dalle armi, ma una convivenza tra sistemi diversi. Fu quella impostazione a preparare la distensione nucleare con l’Urss e ad anticipare la dottrina della coexistence without surrender.
Oggi, a distanza di oltre sessant’anni, quella lezione sembra improvvisamente fragile.
Nel linguaggio politico internazionale tornano parole che pensavamo archiviate. Tornano espressioni che riducono interi popoli a entità indistinte, quasi biologiche. Tornano minacce che evocano la distruzione totale dell’avversario come opzione legittima. Tornano, soprattutto, giustificazioni che minimizzano la sorte dei civili in nome del loro presunto destino inevitabile.
A questa regressione contribuisce anche il linguaggio pubblico di queste settimane. In dichiarazioni riportate dalla stampa internazionale, Donald Trump ha descritto gli iraniani come “cattivi”, ha evocato una loro diversità “genetica” rispetto all’Occidente e li ha definiti “bestie”.
Ancora più inquietante è la reazione di una parte dell’establishment politico, segnatamente il presidente del principale Pac conservatore americano, che di fronte alla notizia del bombardamento di una scuola lontana da obiettivi militari è arrivato a sostenere che, in fondo, il destino di quelle ragazze sarebbe stato comunque il burqa. Al di là della confusione — già di per sé rivelatrice — tra burqa e hijab, si tratta di una giustificazione che rovescia completamente la logica dello jus in bello: non più la protezione dei civili come limite invalicabile, ma la loro condizione culturale diventa un’attenuante implicita della loro sorte.
Quando si accetta questo tipo di argomentazione, la soglia morale è già stata oltrepassata.
Parallelamente, in Israele, uno Stato che per decenni aveva fatto della prudenza sull’uso della pena capitale una scelta identitaria, il Parlamento ha approvato l’estensione della possibilità di applicarla a casi di terrorismo con esito mortale, eliminando inoltre il requisito dell’unanimità del collegio giudicante. Non si tratta di una reintroduzione in senso tecnico, perché la pena di morte era già prevista nell’ordinamento per genocidio, crimini contro l’umanità, crimini nazisti e tradimento in tempo di guerra. Ma si tratta di un cambiamento significativo: per la prima volta la pena capitale entra nel perimetro del terrorismo contemporaneo e viene resa comminabile anche a maggioranza dei giudici.
È una svolta simbolica prima ancora che giuridica.
Non va dimenticato che la pena di morte in Israele è stata applicata una sola volta, contro Adolf Eichmann, e che i grandi leader storici dello Stato ebraico avevano mantenuto su questo tema una linea di estrema cautela.
David Ben-Gurion considerò quell’esecuzione un’eccezione irripetibile legata alla responsabilità storica della Shoah. Menachem Begin fu tra i più netti oppositori della pena capitale come strumento ordinario dello Stato democratico. Yitzhak Rabin, pur uomo di sicurezza e di guerra, ritenne sempre che l’efficacia della difesa di Israele non dipendesse dall’introduzione dell’esecuzione giudiziaria per terrorismo.
Quella tradizione non nasceva da debolezza, ma da consapevolezza storica.
Il problema non è ignorare la natura brutale dei conflitti contemporanei. Il problema è rinunciare alle regole che, proprio perché la guerra è sempre una sconfitta, l’Occidente aveva costruito per contenerne la disumanizzazione. Lo jus in bello, il diritto nella guerra, non è un lusso giuridico: è l’ultima barriera morale contro la barbarie.
Le regole della guerra non servono a “ingentilire” il conflitto, ma a preservare un barlume di umanità che permetta, un giorno, di ricostruire la pace. Quando quelle regole cadono, la vittoria diventa indistinguibile dalla vendetta.
Ed è questo che oggi preoccupa davvero.
Non perché i regimi autoritari o gli Stati teocratici possano vantare una superiorità morale. Nessuno lo pensa. Sono da sempre gli avversari di tutti coloro che continuano ostinatamente a credere che il combinato disposto di democrazia, libero mercato, principio di legalità e diritti naturali resti la più grande fonte di ispirazione per gli uomini liberi a qualunque latitudine.
Uomini che hanno guardato per decenni agli Stati Uniti e a Israele non solo come potenze, ma come modelli.
Oggi, per molti di loro, quello sguardo assomiglia sempre più a quello che si riserva a un amore tradito. Con la speranza che sia soltanto una stagione passeggera e che tornino, lì e altrove, leader responsabili.
Perché la storia insegna che, proprio quando si arriva a un passo dall’abisso, è il calibro morale della leadership a fare la differenza. Accadde durante la crisi dei tredici giorni dei missili a Cuba: mentre una parte dell’establishment americano rullava i tamburi della guerra, con possibili esiti nucleari, furono Robert McNamara e soprattutto John Fitzgerald Kennedy a impedire che il mondo imboccasse una strada senza ritorno.
È in momenti come questi che si misura davvero la responsabilità della politica.
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