Tutte le novità
il punto
09 Aprile 2026 - 10:09
Avrà un futuro l’Occidente? La risposta sarebbe no, se consideriamo la prontezza con la quale gli Stati Uniti hanno con l’Iran concluso l’ennesima guerra-a-metà per garantire una preesistente libertà di navigazione attraverso lo stretto di Hormuz d’ora in poi forse a caro pedaggio. E se pensiamo alla raccapricciante facilità con la quale l’Europa ha perso la Russia - che n’è parte - dopo settant’anni di confronto e mezzo secolo di ‘guerra fredda’, sciupando la riunificazione dell’Occidente euroatlantico con l’Occidente euroasiatico, con la rinuncia a forniture energetiche a buon prezzo e alla sicurezza offerta da una forza nucleare suppletiva.
Ma la risposta sarebbe sì, se guardiamo al bicchiere mezzo pieno: Donald Trump ha assestato all’Iran dei fondamentalisti sciiti una mazzata micidiale, suggerita dal premier israeliano Benjamin Netanyahu e presumibilmente col plauso di alcuni Paesi arabi. Il risultato è per ora costituito dall’indebolimento strategico di un regime in parte “decapitato”, che ha subìto pesanti distruzioni anche militari ed è statocostretto a ricorrere all’orgoglio nazionale con l’appello -- riflesso storico di un impero millenario -- agli stessi giovani che aveva ancora qualche settimana prima massacrato in piazza, affinché si trasformassero in “scudi umani” a difesa del patrimonio statale. Il tentativo di trasformare, come fece pure Josip Stalin, il conflitto che impegnava un regime fondato sulla fede in “guerra patriottica”.
Non tragga in inganno la risposta militare ‘asimmetrica’ magistralmente pianificata, i cui piani il regime fondamentalista aveva predisposto mentre nascondeva uranio arricchito, assemblava missili (che negava di possedere) anche a medio raggio e propedeutici a quelli intercontinentali, riempiva gli arsenali di droni e studiava la regione servendosi delle ‘mappe’ satellitari russe e cinesi. Ma l’occhio dell’Intelligence israeliana, sentinella dell’America in terre mediorientali, non aveva troppi battiti di ciglia, attimi di buio. A testimoniarlo la “decapitazione” della prima cerchia del potere fondamentalista. E’ mancato il seguito: il tempo, che a sua volta ha differenziato gli obiettivi. La guerra breve dell’America non ha più coinciso con la cancellazione della dittatura sciita a Teheran, scopo perseguìto da Israele e da alcuni Paesi arabi.
E’ l’avvisaglia, questa contro l’Iran, dell’ennesima guerra-a-metà dell’America? La memoria va all’Europa dell’est lasciata a Stalin, alla Corea divisa, al Vietnam del Sud abbandonato al suo destino, come poi l’Iraq, il Khurdistan, l’Afghanistan. O come il Libano, la Somalia, la stessa Libia dove i ritiri addirittura seguirono di poco l’arrivo. Ad elezioni di mid-term vieppiù vicine , troppi gli spettatori americani che vorrebbero strappare la vittoria solo bombardando, nemici fatti a pezzi e zero vittime tra i propri combattenti. Come al cinema. E alzarsi senza neppure aspettare la fine del secondo tempo. Bastava l’abbattimento di un paio di aerei, notizia d’apertura dei media a dominare i notiziari. Suspense tutta per uno dei piloti: chi scoprirà per primo dov’è nascosto o riverso? Infine salvato da un’azione che Hollywood certamente farà sua. E invece…
La lezione del Venezuela ha illuso stato maggiore ed esperti di strategia globale del Pentagono. La ‘guerra asimmetrica’ mette in crisi le superpotenze del pianeta. Prima la Federazione russa, poi gli Stati Uniti, l’Occidente euroasiatico e l’Occidente euroatlantico. Si sono purtroppo realizzate non poche delle incognite che accompagnavano l’attacco all’Iran, a cominciare da un’insurrezione popolare sollecitata ma impossibile senza armi e una guida.
Giochi fatti? Troppo presto per dirlo. Forza e ruolo regionale dell’Iran fortemente ridotti mentre i suoi nemici arabi sono aumentati e la potenza di Israele è invece cresciuta: alla distruzione di Hamas a Gaza si aggiunge la mazzata a Hezbollah in Libano, con una ‘fascia di sicurezza’ che porta la frontiera lungo il fiume Litani (Leonte). Avesse il governo di Tel Aviv saggezza e intelligenza capaci di offrire una patria ai palestinesi in Cisgiordania, il grande vincitore di questo conflitto sarebbe Israele. Vincerebbe la pace.
Ma qual è il bilancio dell’Europa? La riunione virtuale della “Coalizione per Hormuz” promossa da Londra e alla quale hanno partecipato i rappresentanti di 35 Paesi, non solo europei, si è conclusa ufficialmente con la promessa di agire, per garantire la libertà di navigazione attraverso lo stretto ma quando una tregua farà tacere le armi e soltanto sotto la bandiera dell’Onu. Sempre che la tregua non abbia già provveduto ad assicurarla. Manco è terminato il consulto e tutti a negoziare singolarmente e a precedersi o tallonarsi nelle missioni all’estero, ognuno per conto suo. Cina (maggior cliente di energia iraniana) e Russia hanno, invece, puntato sia sulla Turchia di Tayyp Erdogan (ch’è neo-ottomana ma ancorata nella Nato) e sul Pakistan (cliente storico di armamenti ‘made in Usa’ e ora nella spirale commerciale cinese). E Trump ha puntato su Putin e Xi Jinping, i qali condividono il giudizio sull’Europa: una “tigre di carta” (un tempo era Mao a definire così l’America). Staremo a vedere quali risultati si raggiungeranno a Islamabad.
Ma chi sono questi leader dell’Ue? Il presidente francese Macron, al tramonto di un decennio che lo vede oggi privo persino delle dignità di dimettersi dopo aver perso oltre i confini la Francafrique e nell’Esagono credito politico e maggioranze parlamentari a getto continuo. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che in patria difende coi denti una misera maggioranza tra democristiani Cdu-Csu e socialdemocratici Spd (appena una dozzina di deputati in più al Bundestag), riparandosi dietro a una commissione parlamentare che ha respinto il ricorso della Bsw (Alleanza Sahra Wagenknecht – Ragione e Giustizia). Ha costretto quel partito a ricorrere alla Corte costituzionale cui ha presentato una documentazione di errori e presunte manipolazioni di schede che hanno riempito un malloppo di 177 pagine! Il riconteggio dei voti dovrebbe permettere alla BSW di entrare in parlamento sconvolgendone l’equilibrio. Il premier britannico Keir Starmer che in pochi mesi ha distrutto la credibilità di un partito laburista risorto dalle ceneri grazie alle scelte sbagliate dei leader del partito conservatore, da Boris Johnson in poi, tanto da assegnare nei sondaggi il primato al Reform Uk del redivivo Neil Farage, il protagonista di una Brexit che la Gran Bretagna cerca adesso di rimettere in soffitta. Il presidente del Consiglio spagnolo Pedro Sanchez, il quale tra scandali -- che hanno investito finanche moglie e fratello, oltre a un paio di segretari del Partito socialista - deve ricorrere a una maxi-regolarizzazione d’immigrati irregolari. Cerca soccorso nell’enorme bacino di potenziali “voti per riconoscenza”: mezzo milione, per bilanciare quelli persi a favore sia dei centristi popolari del PP di Alberto Nunez, sia della destra Vox di Santiago Abascal, che nei sondaggi risultano abbondantemente in testa. Nel lontano 2005 un suo predecessore alla guida del Psoe, il previdente José Luis Rodríguez Zapatero, sperimentò questa mossa volta pure ad assicurargli la rielezione. L’esempio gli veniva dal Partito democratico che negli Stati Uniti si riforniva di consensi lasciando aperte le frontiere. La Spagna apre le porte dell’Unione europea proprio mentre la Germania punta a rimpatriare 300mila siriani entro fine 2028. E l’Ungheria, dove si vota tra pochi giorni, vede uniti i candidati rivali sulle frontiere chiuse a doppio mandato. Elezioni in Spagna l’anno prossimo, come in Italia e in Francia.
Copyright @ - Nuovo Giornale Roma Società Cooperativa - Corso Garibaldi, 32 - Napoli - 80142 - Partita Iva 07406411210 - La società percepisce i contributi di cui al decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70. Indicazione resa ai sensi della lettera f) del comma 2 dell’articolo 5 del medesimo decreto legislativo - Il giornale aderisce alla FILE (Federazione Italiana Liberi Editori) e all'IAP (Istituto di autodisciplina pubblicitaria) Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questo giornale può essere riprodotta con alcun mezzo e/o diffusa in alcun modo e a qualsiasi titolo