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l'opinione
01 Febbraio 2026 - 09:12
I mercati finanziari hanno cambiato pelle. Non sono più guidati soltanto dall’andamento dell’economia reale, dai bilanci aziendali o dai dati macroeconomici. Oggi a orientare la Borsa sono soprattutto le scelte della politica e il clima geopolitico globale, diventati fattori centrali nella formazione dei prezzi finanziari. Dichiarazioni ufficiali, decisioni strategiche, conflitti armati e sanzioni economiche incidono ormai quanto, e spesso più, degli indicatori tradizionali. Dal 2020 in poi, secondo il Fondo Monetario Internazionale, oltre il 70% degli episodi di forte volatilità sui mercati globali è stato innescato da eventi geopolitici o da decisioni politiche rilevanti. Guerre, tensioni diplomatiche e politiche commerciali aggressive hanno reso i mercati più instabili e decisamente meno prevedibili.
In questo scenario, le parole dei leader contano quanto i numeri. Un annuncio su nuove sanzioni, una minaccia militare o un cambio di linea sulla politica energetica possono innescare reazioni immediate: vendite sugli indici azionari, rialzi delle materie prime, spostamento dei capitali verso asset considerati più sicuri. Negli ultimi tre anni, ogni fase di irrigidimento dei rapporti tra Stati Uniti, Cina e Russia ha coinciso con un aumento della volatilità azionaria compreso tra il 20 e il 30%, indipendentemente dai risultati delle aziende quotate. Il canale attraverso cui la politica esercita l’impatto più diretto resta quello energetico. Le tensioni internazionali influenzano i prezzi di petrolio e gas, alimentando inflazione e rallentando la crescita.
La Banca Centrale Europea stima che un aumento del 10% dei prezzi energetici comporti una riduzione di circa 3% del valore medio degli indici azionari europei nei mesi successivi, colpendo soprattutto industria e consumi. Di fronte a questo quadro, gli investitori adottano un atteggiamento sempre più prudente. I capitali tendono a concentrarsi su settori considerati difensivi, energia, difesa, materie prime, mentre diminuisce l’esposizione verso comparti ciclici e Paesi politicamente instabili. I mercati diventano così più selettivi, meno inclusivi e strutturalmente più fragili. La realtà è che la Borsa oggi non anticipa più soltanto il ciclo economico, ma misura il livello di rischio politico globale. Finché il mondo resterà attraversato da conflitti, tensioni e equilibri precari, la volatilità non rappresenterà un’eccezione, ma la condizione normale di mercati sempre più dipendenti dalle decisioni della politica.
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