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Teatro
18 Febbraio 2026 - 12:47
Il silenzio e la ferita, i due poli entro cui si muove il teatro di Enzo Moscato in “S-Enz”, una lettura originale di Giovanni Ludeno dell’opera del drammaturgo scomparso due anni fa. Sold out applauditissimo per quattro serate nello scorso fine settimana, lo spettacolo replica in Sala Assoli da domani a domenica.
Unico a parlare sulla scena, Ludeno interpreta un testo che è frutto di un personale, intimo, affettuoso lavoro di scomposizione e ricomposizione delle scritture di Moscato, nel tentativo, di restituire al pubblico l’essenza della sua arte. È così che riflessioni teoriche e drammi, teatro e metateatro si accavallano, si rincorrono, si abbracciano e si polverizzano nella voce dell’attore che, in piedi nel buio, mostra il suo volto dipinto di bianco, eterna maschera dell’uomo che nel nascondersi, svela la sua fragilità e la sua forza.
Noto al grande pubblico nel ruolo di Antonio Forte, coprotagonisya accanto a Luisa Ranieri della serie televisiva “Le indagini di Lolita Lobosco”, Giovanni Ludeno si lascia quasi svaporare dentro un’interpretazione tanto sobria nella gestualità e nel movimento scenico quanto concentrata su sonorità e timbro, sussurri e gemiti, bassi e acuti che tagliano la scena e si fanno, appunto, ferita.
Non è un teatro consolatorio, né bozzettistico: il realismo di certi personaggi, tutto affidato a un napoletano di grande potenza espressiva, diventa chiave di accesso a una dimensione più profonda dell’esistere, che trascende il dato contestuale e biografico e parla ad ognuno: la lingua allora si raffina, diventa filosofica e letteraria, attinge a piene mani al patrimonio della cultura universale e la rimastica per restituirla in una forma assolutamente nuova eppure antica.
E se Ludeno scivola con naturalezza tra la durezza accorata della prostituta “Luparella” e la tenera malinconia del poeta “ranavuottolo”, il Leopardi di “Partitura”, altrettanto convincente risulta quando riporta le idee di Moscato sui proverbiali silenzi del teatro di Eduardo o celebra la sua idea di arte come incantamento recitando un celebre sonetto di Dante. Ma non è solo testo e interpretazione questo spettacolo. Anzi.
Un ruolo di primo piano viene svolto dalla musica e dalla scenografia, firmate rispettivamente da due artisti: Paolo Polcari e Roberto Cyop, entrambi presenti in scena. Sonorità elettroniche taglienti e disarticolate, accompagnano, scandiscono e, lo sottolineiamo, chiariscono e illuminano l’azione scenica.
E non poteva essere diversamente, poiché l’autore è musicista di lungo corso, cofondatore e tastierista degli Almamegretta. La scenografia, o meglio, il “paesaggio visivo”, come recita la locandina, si costruisce nel corso della rappresentazione. Viene infatti proiettato sul fondale scenico mentre l’artista lo disegna al computer: il rosso, il bianco e il nero si mescolano a formare via via una maschera, un fiore, una donna, una casa; le linee sono nette, le superfici piene.
L’indubbio effetto drammatico dei colori, che rimandano al sangue alla vita e alla morte, si mescola col carattere giocoso del tratto da writer. Quasi graffiti primitivi, queste immagini vagano in uno spazio indefinito, come indefinito è il tempo di una rappresentazione in cui nulla è registrato o predeterminato.
Tre artisti in scena: tutto accade in presa diretta “nell’esplosivo miscuglio stordente dei loro corpi/suoni”, avrebbe detto Moscato. Ognuno, col suo linguaggio, si mette in gioco, aperto a ogni possibilità. A ferire e a lasciarsi ferire.
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