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L'intervista
07 Aprile 2026 - 16:35
Antonio Carotenuto e alcune sue opere
L’11 aprile 2026, con il vernissage a Villa Campolieto, si apre al pubblico Pietra Viva, la mostra personale di Antonio Carotenuto visitabile fino al 18 luglio. Non si tratta di una semplice esposizione, ma di un progetto che ridefinisce il concetto stesso di personale: un racconto in cui arte, territorio e comunità entrano in relazione, mentre la pietra lavica del Vesuvio diventa linguaggio contemporaneo. Anche il catalogo rompe gli schemi, configurandosi come un libro autonomo, capace di vivere oltre la mostra.
La mostra si sviluppa in sei sale e presenta quaranta opere tra scultura e pittura, organizzate non secondo un criterio cronologico ma lungo un percorso tematico che attraversa materia, corpo, migrazione, mito e identità. Abbiamo incontrato Antonio Carotenuto alla vigilia del vernissage.

Maestro, partiamo dalla materia. Perché la pietra lavica?
«Perché è la mia origine. Sono cresciuto in un territorio dove la pietra lavica non è un materiale, è parte del paesaggio umano. È sotto i piedi, nelle case, nella memoria. Non è stata una scelta artistica, è stata una necessità. La pietra porta con sé il Vesuvio, il fuoco, il tempo. Quando la lavori entri in relazione con tutto questo».
Nel suo lavoro la pietra sembra avere una vita autonoma.
«Sì, perché ce l’ha davvero. Non è una materia docile. Oppone resistenza, ha una struttura, una memoria. Il mio lavoro non è imporre una forma, ma trovare un equilibrio tra quello che voglio fare e quello che la pietra mi consente di fare. È sempre un dialogo. E non sempre è facile questo dialogo».
Il titolo della mostra, “Pietra Viva”, insiste su questa idea.
«Sì, perché la pietra è viva nel momento in cui continua a generare senso. È lava raffreddata, ma dentro conserva il segno della trasformazione. Non è mai neutra. È memoria solidificata».
Questa mostra ha un impianto molto preciso, non è una personale tradizionale.
«Assolutamente no, ed è uno degli aspetti che mi ha convinto subito del progetto. Il lavoro fatto con Paolo Chiariello è stato anticonformista. Ha messo in discussione l’idea stessa di mostra personale. Non si tratta solo di esporre opere, ma di costruire un racconto che tiene insieme arte, territorio, comunità e identità».

In che modo questo si riflette nell’allestimento?
«Nella costruzione del percorso, prima di tutto. Non c’è una sequenza cronologica, ma un attraversamento per temi. E poi nel modo di esporre: le opere non sono isolate, ma dialogano tra loro e con lo spazio. Villa Campolieto non è uno sfondo, è parte attiva del progetto».
Il rapporto con la Villa è molto forte.
«Sì, perché c’è un contrasto evidente tra l’armonia dell’architettura settecentesca e la tensione della materia vulcanica. Questo dialogo è stato cercato, voluto. E qui si vede il lavoro curatoriale: non adattare le opere allo spazio, ma creare una relazione che produca senso».
Lei ha parlato di progetto che coinvolge anche la comunità.
«Sì, perché questa mostra non è chiusa dentro le sale. Riguarda un territorio, una storia, una identità collettiva. La pietra lavica è un elemento che appartiene a tutti, non è un materiale astratto. Il progetto curatoriale ha lavorato molto su questo: far emergere il legame tra arte e comunità.
Va detto che chi ha creduto con maggiore convinzione in questo percorso è stata l’Associazione Forense In Oltre, guidata dalla presidente Anna Brancaccio, che insieme a tutte le donne e agli uomini dell’associazione ha sostenuto l’idea di un dialogo costante tra arte, persone e territorio. È un impegno che si traduce in una visione concreta, facendo della mostra uno spazio aperto di relazione e condivisione».
Il catalogo ha un ruolo importante.
«Direi centrale. Non è un catalogo tradizionale. È un libro. Va oltre la mostra, ha una sua autonomia. Questo è un altro elemento innovativo del lavoro curatoriale: costruire un prodotto editoriale che resta, che continua a parlare anche dopo la chiusura della mostra».
E il coinvolgimento di Maurizio de Giovanni?
«È stato un valore aggiunto fondamentale. Maurizio de Giovanni ha una capacità unica di raccontare Napoli e il Sud senza retorica. Il suo contributo dà profondità al progetto, lo apre a una dimensione narrativa che dialoga con l’arte. E di questo gli sono molto grato, così come sono grato a Paolo Chiariello per aver creato questa connessione e al professor Massimo Bignardi, che ho sempre ammirato per l’attenzione con cui studia il rapporto tra arte contemporanea, territorio e materia».
Nei suoi lavori torna spesso il tema del corpo.
«Il corpo è il luogo dove si manifestano tutte le tensioni. La pietra diventa corpo, si piega, si apre, si ferisce. Mi interessa quel passaggio in cui la materia smette di essere solo materia e diventa presenza».

E il tema della migrazione?
«È un tema che sento molto, ma non lo tratto in modo illustrativo. La lava è movimento, è spostamento, è trasformazione. C’è una relazione profonda tra la materia e questi fenomeni. Le opere cercano di rendere visibile questa tensione».
La pittura, invece, sembra avere un altro ritmo.
«Sì, la pittura è più immediata, più libera. Ma nasce dalla stessa origine. Anche lì c’è il magma, c’è la materia in trasformazione».
Che cosa deve portarsi via il visitatore da “Pietra Viva”?
«Non una spiegazione. Ma una percezione. La consapevolezza che la materia non è mai neutra, che quello che vediamo ha una storia, una profondità. E forse anche l’idea che l’arte può ancora creare relazioni, non solo oggetti».
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