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23 Dicembre 2023 - 15:07
C’è un legame tra la ginestra, il “fiore del deserto” cantato da Leopardi e la nostra vita, perché la ginestra è anche una metafora meravigliosa. È un fiore strano, poco amato, poco ricercato, simboleggia la modestia perché fiorisce spontaneamente anche in terreni particolarmente esposti alla furia degli elementi e, per questo, si presta bene a diventare metafora, come nel Canto del nostro grande Giacomo Leopardi. È un fiore fragile e coraggioso, destinato, come dice il Poeta, a soccombere a ogni eruzione del Vesuvio, ma la sua fragilità e il suo coraggio assurgono a simbolo della fragilità della condizione umana, assoggettata alla legge crudele della Natura. I versi dedicati a questo “fiore del deserto” diventano, allora, una sorta di testamento spirituale in cui Giacomo ragiona sul destino del genere umano e rivolge un invito agli uomini affinché prendano piena e definitiva consapevolezza della realtà, cioè della propria infelicità e su questa consapevole certezza si stringano tra loro, si uniscano per far fronte comune. Un fronte fatto non di melenso ed ambiguo solidarismo, ma di piena consapevolezza di quel posto di combattimento che l’umanità, oramai defraudata delle sue tradizionali certezze, deve mantenere ben saldo. Ho visto anche io tante volte le ginestre del Vesuvio, perché in certi posti della Montagna è possibile ammirarle ancora, quando viene la loro stagione. E qualche volta sono andato con il pensiero alle loro sorelle, quelle che ho visto fiorire sul bel lungomare di Beirut che tutti chiamano “La Corniche”, immediatamente dopo la fine di quella guerra civile che aveva diviso la città ed il paese. Ce ne erano tante, allora, sferzate dall’aria di mare impregnata di salsedine. Vicino ad un chiosco che vendeva fantastiche spremute di melograno, parlammo con un gruppo di giovani del posto, nostri coetanei, presentatici da un amico comune. Avrei voluto farmi raccontare quello che avevano vissuto, ma non lo feci, per una sorta di pudore e per una forma di rispetto: qualcuno mi aveva detto che i cittadini di Beirut non amavano parlare del recente doloroso passato con gli stranieri. Però, quasi leggesse nei miei pensieri, Jocelyne, guardando oltre la siepe di ginestre e i frangiflutti, lontano, lì dove il cielo ed il male si toccavano, disse come parlando a se stessa: “Speriamo di poter ricominciare, ma in modo diverso” A Beirut, da sempre, tutti conoscono tutti ed avere informazioni è infinitamente più facile di quanto possa in apparenza sembrare. Ed è così che per caso, tempo fa, da quell’amico che aveva avuto a sua volta la notizia, appresi che lei era morta all’età di sessantaquattro anni, dopo una lunga malattia. Non lo sapevo, ma Jocelyne era stata un’icona per la sua Comunità, l’aveva difesa con le armi durante la guerra civile, in situazioni disperate, maturando poi la consapevolezza che era possibile combattere anche senz’armi, per guardare il mondo in una prospettiva diversa e difendere la sua terra attraverso l’impegno a favore della vita ed in nome di una vera solidarietà militante, fatta di opere e di disponibilità nei confronti di chi ha bisogno d’aiuto concreto e non di parole vuote. Una storia tra le tante di un mondo che non è mai cambiato, ma che potrebbe, se non altro, essere un po' diverso se acquisissimo maggiore consapevolezza di noi stessi, delle nostre radici e del grande ruolo che ognuno di noi può svolgere insieme agli altri, nella propria comunità di destino. Una storia che il Poeta di Recanati avrebbe ascoltato volentieri, magari annuendo con commossa partecipazione, con benevola condiscendenza e, forse, con una punta leggera di disincanto, perché, in fondo…è solo una storia di uomini, di donne e di fiori del deserto.
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