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14 Maggio 2024 - 15:42
Faticosamente, con una certa tensione, proviamo a cancellare quotidianamente la nostra vita. Le nostre generazioni, del resto, restano costantemente sotto lo scacco della tecnologia. Basta osservare la nostra casella postale, assalita da email di ogni genere e tipo che invitano a comprare l’ultimo, moderno aspirapolvere o l’irrinunciabile auto alla moda, ad indebitarsi con l’ennesimo prestito o ad approfittare dell’ offerta speciale per uno splendido climatizzatore. I messaggi personali sono, ormai, ridotti all’osso. Tutto si convoglia in uno tsunami quotidiano che spinge ognuno, disperatamente, a cancellare quel che può per conservare ancora un minimo di memoria utilizzabile. Stesso discorso per il cellulare. Basta entrare in una chat sbagliata, magari di pensionati, di ex professionisti, di vecchi infermieri ed insegnanti ed ecco affiorare centinaia di whatsapp, figli di una nuova logorrea. Chi ha tempo si diletta in lunghi sproloqui, chi non ne ha produce solo battute icastiche: un grazie, magari un chissà. Ognuno passa, comunque, ore a cancellare quel che non serve, a eliminare la memoria delle parole inutili, a ricacciare indietro l’incubo del sovraffollamento, dell’esaurimento, dell’isolamento rispetto al mondo esterno. Conosco gente che, pur ampliando la propria memoria, passa giornate così, valutando, selezionando, scartando. Ponendo nel suo mirino soprattutto video e foto, i maggiori colpevoli di questa deriva. Psicologicamente attratti da una “cupiodissolvi“ che, spesso, finisce per eliminare anche quel che serve, sterminando dati, documenti, emozioni, elementi apparentemente ancora attualissimi. È uno sport nazionale praticato ormai in tutte le famiglie, a qualsiasi ora, con una ferrea sistematicità. E mentre i nostri nonni, memori di fame e di guerre, conservavano qualsiasi cosa potesse sembrare minimamente utile, le nuove generazioni sono portate oggi ad elidere, ad annullare quel che appare superficialmente secondario, residuale, convinti magari che disfarsi interamente della propria memoria può essere anche un atto salutare, una prospettiva di purificazione che ci inoltra, senza ulteriori condizionamenti, verso il sol dell’avvenire.
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