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La riflessione
09 Gennaio 2025 - 10:02
Napoli a mio avviso vanta un primato: la sua Università degli Studi “Federico II”, cosa unica nel panorama accademico dell’Occidente, ha data certa di nascita: 5 giugno 1224. Da qui non si può dubitare della ragionevolezza di un suo adagio: se vuoi in futuro esercitare potere segui Giustiniano, mentre se vuoi diventare ricco segui Ippocrate (ossia iscriviti all’Università alla facoltà di Giurisprudenza o a Medicina e Chirurgia). Ora, tale suggerimento sembra valido perché i tanti “Giuristi” e i pochi “Medici” e “Sanitari” in senso lato, continuano a condizionare il reale sviluppo delle istituzioni portanti del nostro Paese moderno inserito a pieno titolo nei meandri della politica internazionale: “Giustizia” e “Sanità”. Senza essere un giurista raffinato, o un “Magnifico” accademico mi pare veramente il fatto che politici e magistrati, professori ed esperti nell’intento di difendere il loro status, si azzuffino, fino alla noia, nei numerosi talk show televisivi per criticare questo Governo che in assenza di un effettivo supporto dell’Unione Europea, cerca di studiare soluzioni per arginare l’immigrazione, senza regole europee, verso l’Italia e risolvere la carenza del personale medico e sanitario del nostro Servizio Sanitario Nazionale. Si è fatta questa premessa, perché da “ministeriale”, ho fatto esperienza sia nella Commissione per la riforma della laurea in Giurisprudenza (durata dai quattro ai cinque anni) che nella Commissione per la riforma dell’Ordinamento didattico e formativo della laurea in Medicina e Chirurgia (in aderenza alle relative Direttive comunitarie). La prima Commissione era composta dall’elitedei “giuristi” dello Stato e delle Università; durante i suoi lavori, come da orientamento ministeriale, si volevaprevedere, obbligatoriamente, un pacchetto di ore di frequenza ai corsi, seminari e lezioni serali per gli studenti lavoratori e fuori corso (peraltro ero stato uno studente lavoratore). Apriti cielo! Il Presidente, (taccio il nome) spazientito: ”Dottore, non abbiamo spazio per tutti. A noi basta che frequentino il dieci per cento degli studenti”. Ero tenace negli interventi! Mi chiamò il Mega Direttore: “Mi stai facendo litigare con mezza Italia, piantala, altrimenti ti sostituisco nella Commissione, il Mmnistro aspetta il Decreto”… Amen. Ecco perché forse, crediamo poco nei sedicenti giuristi solo perché hanno conseguito una laurea in legge! Ora, invece, circa i seguaci di Ippocrate e loro problematiche, bisogna fare un discorsetto a parte. Storicamente, il nostro corso di laurea in Medicina e Chirurgia pur se più incentrato sui contenuti teorici delle Scienze mediche che su tirocini applicativi e strumentali, durante i sei anni di frequenza presso la Facoltà universitaria, era sempre vincolato ad un esame di Stato per l’esercizio professionale. Tale ordinamento, con gli anni, ha subito una ulteriore riforma in ambito comunitario, con una apposita Direttiva, con la quale fu previsto il “diritto di stabilimento nella UE” per tutti i medici comunitari, formatisi con criteri stabiliti e previsti da detta direttiva, recepita dagli Stati membri. Detto per inciso, a tali lavori partecipai per anni, in rappresentanza del Ministero della P.I., poi Miur, presso il Comitato consultivo per la formazione medica, della Commissione UE a Bruxelles. La presente puntualizzazione è utile per significare che tutto il processo formativo del medico attuale era ed è collegato sia alla legge comunitaria sia all’Università che al Ministero dell’Istruzione e del Merito, detentore della formazione scolastica pre - universitaria. Detto questo ed una volta recepita la Direttiva sulla formazione del medico comunitario con il suo bagaglio di applicazioni pratiche ed ore di formazione disciplinare, i due suddetti Ministeri avrebbero dovutopotenziare le strutture scientifiche e strumentali delle Facoltà considerate a contenuto tecnico- scientifico eprofessionale, di cui è un prototipo la Facoltà medica, ma preferirono parlare di “programmazione” degli accessi alla Università, per arginare la folla dei nuovi iscritti, provenienti dagli Istituti e Scuole di formazione tecnica e professionale i cui curricula di base non erano stati aggiornati come prevedeva la legge di liberalizzazione. In una parola, si istituì il “numero chiuso” per l’accesso ai corsi dei diplomi e lauree della Facoltà di Medicina e Chirurgia, per non tradire palesemente il dettato della Direttiva comunitaria, circa la disponibilità accertata di attrezzature strumentali e laboratori per la formazione del medico europeo. Chiarito quanto sopra, è del tutto evidente che tale fatto ha disarticolato il lodato Servizio Sanitario avendolo privato per trent’anni, di un numero sufficiente di professionisti dell’area medico/sanitaria per esercitare al meglio, la sua missione di difesa della salute pubblica; i famosi Cup ti rimandano alle calende greche per ottenere una visita medica o un accertamento ospedaliero. In tutta questa storia del “numero chiuso” per carità di patria, non si vuole parlare del “metodo quiz”, utilizzato per le selezioni di accesso a tali corsi universitari. Detto sistema, dopotutto, non ha rigore scientificoe razionalità, come attesta tutta la letteratura in materia,ma ha solo generato discredito verso le università italiane colonne portanti del nostro patrimonio culturalee scientifico e sicuro ascensore sociale, e disagio per cittadini che non hanno risorse sociali ed economiche per migrare verso Università straniere e Università legalmente riconosciute, Università telematiche o private per conseguire un titolo accademico. Molti sono gli errori compiuti dalla classe dirigente del passato, infittita, peraltro di politici incompetenti e di fameliche corporazioni professionali ed orientati a disarticolare le proprie funzioni d’ordine generale a favore delle Regioni e della Sanità para-pubblica. Ora, sembra che una rinnovata classe dirigente italiana voglia cambiare le strategie degli ultimi trent’anni, perché ha di recente presentato, per offrire un “sano servizio e medico ospedaliero a tutti”, un articolato progetto di riforma del settore medico sanitario in parola: è scandaloso che il “povero” cittadino italiano non possa essere curato in tempi ragionevoli. L’iniziativa prevede che, dal prossimo anno accademico tutto cambierà: l’accesso ai corsi di diplomi e lauree dell’area medica e di assistenza ospedaliera saràdel tutto libero, come avveniva in passato, senza umiliare studenti e famiglie con prove ad ostacoli di natura talvolta speciosa per accedere all’istituzione universitaria, che da sempre grava sul bilancio dello Stato. Il testo di riforma, comunque, allo stato degli atti sembra prevedere un “semestre” iniziale di frequenza obbligatoria e diretta a verificare, sul campo, da parte di apposite commissioni, se gli allievi già iscritti possano ritenersi idonei a proseguire gli studi intrapresi dopo aver superato alcune discipline inserite nei primi due anni dell’intero sessennio di formazione. Via via come si fa a giudicare un giovane di diciannove anni già dotato di un titolo di studio con valore legale?Napoleone due secoli fa, diceva che ogni soldato ha nel suo zaino un bastone per diventare Maresciallo di Francia. Aspettiamo il testo definitivo di riforma, attualmente all’esame del Parlamento, per capire se gli accertamenti a cui verranno sottoposti i nuovi allievi siano, in concreto (come in Francia), seri esami universitari di verifica delle conoscenze disciplinari acquisite e dell’attitudine a proseguire nel processo formativo di un medico europeo o mero azzardo formale con una nuova speciosa verifica selettiva (quale e come) verso una professione di prestigio e ricca di successo economico. Con il tempo, una volta attuata la riforma in parola, il Servizio Sanitario Nazionale potrebbe riacquistare efficienza e prestigio smarriti per scelte politiche errate e per assecondare la politica partitica delle Regioni. In conclusione, la nostra Costituzione non può essere stiracchiata con sofismi accademici; gli articoli 33 e 34 sono ingenuamente chiari: essi non prevedono alcuna programmazione degli accessi all’ Università ma solo l’obbligo di un esame di Stato per esercitare una professione di qualsiasi natura. L’Università Italiana è in verità una mare magnum di spesa pubblica. Per razionalizzare la problematica in parola, si potrebbe usare il “rasoio di Occam”, metodo per semplificare problemi complessi anche di ordine economico
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