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L'opinione
17 Febbraio 2025 - 13:06
L’epilogo che si sta profilando per la guerra - ormai conta tre anni - scatenata dalla Federazione Russa in territorio ucraino è un utile punto d’osservazione per comprendere cosa conti nelle dinamiche internazionali e quanto poco invece le retoriche siano in grado d’incidere sull’andamento degli eventi. Anzitutto, appare ormai chiaro quello che molti avevano scritto e detto da tempo: l’idea di fermare il disegno putiniano di piegare l’indipendenza ucraina, conquistandone fisicamente o politicamente il territorio e la sovranità, è ed è stata sempre una semplice utopia. La potenza militare della Russia semplicemente non è da mettere in discussione. Al di là del fatto che l’autocrate russo non ha mai dispiegato l’intera sua capacità bellica – basti pensare all’uso minimo dell’aviazione – è chiaro che chi dispone dell’arsenale nucleare vantato da Mosca è semplicemente un soggetto politico con il quale è necessario negoziare, e farlo per tempo, non essendo neanche teoricamente possibile misurarsi sul terreno dello scontro. Nella politica internazionale è necessario fare i conti con la realtà: e la realtà è fatta di forza militare ed economica, il resto sono appunto retoriche, buone per ingannare, per qualche tempo, i popoli, ma non certo per raggiungere scopi finali. Basti pensare alla massa di frottole che ci sono state ammannite nel primo anno di quegli scontri, per non parlare dei primi mesi, quando sembrava che lo Stato russo stesse lì lì per dissolversi qual neve al sole, con i cittadini in fuga e la Banca centrale sul punto di sprangar le porte: tutte frottole, appunto, ed il Putin è stato anche rieletto con percentuali sì tanto alte da non lasciare alcuno spazio ad illazioni circa la genuinità del voto. Ma quel che sta ponendo in evidenza al modo scultoreo quali siano le dinamiche dirigono i rapporti di forza internazionali, sono le vicende di queste ultime settimane, quelle seguite all’ascesa alla presidenza americana di Donald Trump. La fine del conflitto è ormai vicina; ma non certo per effetto dei sostegni agli armamenti ucraini da parte della Bella Addormentata, come ormai compassionevolmente viene definita l’Unione Europea; non certo per le retoriche invocazioni al diritto internazionale da parte dei politici del vecchio continente, che appunto tale è, vecchio. Nessuno pone più sul tavolo delle trattative questioni di giustizia, ingiustizia, liceità, illiceità, tutte categorie che nel diritto internazionale son buone o per staterelliinsignificanti o per costituire oggetto di teorie alimentate da parte di raffinati ricercatori e da felpati uffici sostenuti non disinteressatamente da generalmente poco efficienti istituzioni sovranazionali. Qualcuno ricorda per avventura che il Presidente della Federazione russa è stato attinto da un mandato di cattura prontamente ed acutamente emesso dalla Corte Penale Internazionale? Qualcuno s’è per caso posto problemi a trattare con un soggetto che in teoria dovrebbe essere assicurato ad un reclusorio per trascorrervi il resto dei suoi giorni. Ovviamente no, perché non son queste cose che mettono o tolgono a quelle altezze. Il Presidente Putin è il capo della Federazione russa e semplicemente è ridicolo pensare che un mandato internazionale possa impedirne l’agibilità politica: anzi, azzardo la previsione che la Cip sarà costretta a rivedere i suoi provvedimenti se non vuol rischiare di scomparire, come già le sanzioni stabilite dal Presidente Usa lasciano vagamente sospettare possa accadere. Nelle politiche internazionali – nei rapporti di forza tra le nazioni, che si chiamano ‘di forza’ perché alla forza pertengono – contano essenzialmente due cose: armi e potenza economica. Le due cose hanno sempre viaggiato insieme, dall’epoca dei romani ai nostri giorni, senza alcuna eccezione. Direi proprio mai: le stesse Crociate, che dal XI secolo in poi furono indette dal papato sotto le insegne del recupero alla cristianità della Terra santa, ebbero com’è notissimo molto serie motivazioni economiche e costituirono la base militare per l’espansione nel mediterraneo di importanti interessi commerciali, contribuendo non poco, ad esempio, al consolidarsi della potenza della Repubblica di Venezia,e non solo. Insomma, le retoriche legittimiste, ieri come oggi, al più possono costituire da esile base ideologica per giustificare azioni più o meno efferate, ma tutto si ferma lì. Nessuno, com’è ovvio, in questi giorni si sta scandalizzando più di tanto – più che sul piano retorico – per il fatto che il Presidente Usa tratti direttamente con quello della Russia i modi ed i contenuti per giungere ad una rapida chiusura del conflitto. Nessuno può farci nulla se il Presidente ucraino venga letteralmente e sostanzialmente scavalcato in queste trattative, che prescindono bellamente dalla sua volontà. Anzi: nessuno si scandalizza se base solida per la definizione delle condizioni di pace sotto l’egida protettiva degli Usa, sia la ‘volontaria’ assegnazione di grasse terre rare da parte della devastata Repubblica alla potenza americana, a larghissimo ristoro dell’impegno in sostegni militari di varia natura sino ad oggi assicurati. Queste terre rare costituiranno nei prossimi decenni una risorsa per la potenza d’oltre atlantico, che alimenterà con esse in modo molto significativo l’economia, assicurando preziose risorse alla produzione industriale di tecnologie essenziali per l’attuale progresso economico. E quindi, armi ed economia procederanno, come sempre hanno proceduto, a braccetto ed in perfetta comunione d’intenti ed obiettivi. Mentre la Bella Addormentata potrà continuare a sognare i suoi preziosi principi, ad invocare il rispetto dei diritti, a reclamare mestamente un ruolo che non ha: e non ce l’ha, perché non ha armi ed economie realmente comuni, sicché sul piano internazionale potrà al massimo piagnucolare, come sta evidentemente facendo.
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