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LETTERA AL DIRETTORE
13 Marzo 2025 - 10:40
Vincenza Amato, presidente del consiglio comunale di Napoli
Gentile Direttore, è trascorsa la “festa della donna”, più appropriatamente chiamata “giornata internazionale dei diritti delle donne”, che è una ricorrenza mondiale celebrata l’8 marzo di ogni anno per sottolineare l’importanza della lotta per i diritti delle donne, in particolare per la loro emancipazione, ricordando le conquiste sociali, economiche, politiche, e portando anche l’attenzione su questioni fondamentali come l’eguaglianza di genere, i diritti riproduttivi, le discriminazioni e le violenze contro il genere femminile.
Anche se in realtà c’è una data precisa, il 25 novembre, per ricordare questo specifico aspetto di violenza, tuttavia l’8 marzo ricomprende la violenza, come massima espressione degenerativa della stessa discriminazione. La storia che è alla fonte di questa specifica data che a me piace evocare non “festa”, ma “giornata”, perché penso che con le discriminazioni, ancora oggi feroci, contro le donne in larga parte del mondo, addirittura “canonizzate” in una legislazione che trae origine dalla stessa religione, ci sia poco da “festeggiare”, ma molto da riflettere su come nel III millennio ci siano milioni e milioni di donne discriminate ex lege e poste in uno stato di oggettiva “inferiorità”, è emblematica.
Tra la seconda metà del XIX secolo e gli inizi del XX nacquero, infatti, soprattutto nel mondo anglosassone, Stati Uniti compresi, diversi movimenti che puntarono soprattutto al diritto di voto della donne, garantendo così una maggiore partecipazione alla vita politica delle stesse. Queste associazioni erano spesso vicine a posizioni centriste o liberali, e tendevano ad essere rappresentative della classe media della borghesia. Nella nostra “vecchia” Europa, invece, si sviluppò un analogo movimento, ma su posizioni differenti, e di sinistra, in cui la parità invocata privilegiava più il salario, che il diritto di voto. Al di là delle diverse, ed a volte antitetiche proposte prioritarie, non v’è dubbio che i movimenti femministi in ogni parte del mondo avessero un unico indirizzo: la Pace.
E non a caso l’8 marzo è diventata la data della celebrazione dei diritti delle donne: l’8 marzo del 1917 (anche se il vecchio calendario Giuliano, ancora in vigore in Russia, segnava ancora il 23 febbraio) le donne di San Pietroburgo guidarono una grande manifestazione che rivendicava la fine della guerra (si era in piena prima guerra mondiale). Attingendo, così, ad un po' di storia, che è sempre “ maestra di vita”, mi accorgo che, al di là di indubbie conquiste, ancora molto da fare c’è pure oggi.
Non v’è alcun dubbio che nel mondo occidentale, le donne hanno compiuto passi da gigante nel campo dell’emancipazione e della parità di diritti. Se mi fermo alla sola Europa, noto che la presenza femminile è nei gangli più importanti della vita politica ed istituzionale. Ursula von der Leyen è al secondo mandato come Presidente della Commissione Europea (la carica più importante in seno all’Ue); Christine Lagarde è la prima donna al comando della Banca Centrale Europea; Emily O’ Reilly è al secondo mandato come Mediatrice Europea, in pratica Difensore Civico di tutti i cittadini dell’Ue; la maltese Roberta Metsola è anch’ella al secondo mandato come Presidente del Parlamento Europeo.
Nell’attuale legislatura, poi, 7 vicepresidenti su 14 sono donne. L’Italia, in questo aspetto prettamente politico si è comportata all’altezza del suo ruolo importante, eleggendo più del 41% delle donne nel Parlamento Europeo. Non basta, però, come dicevo. Ancora persiste in certe fragili contesti sociali il concetto dell’”uomo forte”, confondendo come all’epoca dell’”homo erectus”, l’uomo della clava, la forza bruta muscolare con la vera forza: quella mentale, di sacrificio, di sopportazione, di mediazione. “Alza il capo donna, sei una guerriera che non si arrende” recita un bel “affresco” sulle donne.
Le nostre istituzioni hanno fatto molto (piaccia o non piaccia, abbiamo un Presidente del Consiglio donna, e il capo dell’opposizione di un grande partito, pure lei donna) sia a livello nazionale (l’esempio ultimo è quello dell’introduzione nel nostro codice penale del reato “autonomo” di femminicidio, e non più “semplice omicidio“ ), sia a livello locale. Cito per la Regione Campania quattro donne eccezionali ai massimi vertici della Pubblica amministrazione.
Parlo della Capo di Gabinetto del Presidente della Regione, l’avv. Almerina Bove; del Capo di Gabinetto del sindaco di Napoli, la dott.ssa Maria Grazia Falciatore; la Direttrice Generale della massima istituzione culturale, il Teatro San Carlo, la dott.ssa Emmanuela Spedaliere, della dott.ssa Rosita Marchese, riconfermata Presidente dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, una delle più antiche e prestigiose d’Europa.
Come pure da evidenziare è il ruolo di Presidente del Consiglio comunale di Napoli affidato ad una donna, Vincenza Amato, e il grande lavoro che svolgono le altre donne nel mondo istituzionale (Assessore e Presidenti di Commissioni) e imprenditoriale (valga per tutte la dott.ssa Federica Brancaccio, eletta Presidente dell’Ance nel 2022, prima donna dell’Associazione Costruttori Italiani, per giunta meridionale) per non parlare, poi, dell’indispensabilità femminile nei luoghi educativi, come le scuole e le associazioni sociali.
C’è ancora tanto da fare, dicevo, e non dimentico che appena dieci anni fa, nella mia funzione di Difensore civico regionale, ho dovuto confrontarmi con alcune amministrazioni comunali che sostenevano di non poter nominare donne assessori nella loro amm.ne, perché la donna, affermavano alcuni sindaci, non ha il tempo di assolvere a tale gravoso compito, essendo stata “creata solo per la famiglia”.
Dovetti ricorrere a misure estreme per questo assurdo concetto, nominando commissari ad acta per imporre le quote di genere nelle amministrazioni. È di appena l’altro ieri, poi, la notizia che una famiglia ha sequestrato in casa la figlia, perché innamorata di un’altra donna.
Accanto a queste “brutture” mi sia consentito, però, di fare una critica su alcuni aspetti emersi durante le manifestazioni a favore della donna: le “ battaglie” per le conquiste femminili non hanno una bandiera di parte; esibire la sola bandiera palestinese o, addirittura, dipingere di rosso sangue la Presidente Meloni e la Presidente von der Leyen, fino al blasfemo dipinto dell’Immacolata con in mano la pillola abortiva, sono molto di più di una “provocazione”. Paradossalmente, infatti, contraddicono proprio lo spirito dell’8 marzo che si ispira alla “non discriminazione”.
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