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Napoli al bivio del commercio che scompare e senza futuro

I quartieri popolari non possono essere trattati come le aree a forte vocazione turistica

Napoli al bivio del commercio che scompare e senza futuro

Da tempo osserviamo la chiusura delle botteghe come un fenomeno quasi naturale, una sorta di destino urbano che tutti riconoscono e pochi contrastano. Ma oggi Napoli si trova davanti a un salto definitivo. Le serrande che scendono non parlano più soltanto di conti che non tornano o di concorrenza digitale. Parlano della fragilità strutturale di una città che non ha ancora deciso se il suo futuro debba essere fatto di comunità vive o di quartieri sempre più vuoti. Per questo la politica non può continuare a rispondere con misure episodiche. Serve un atto di responsabilità che inizi dal riconoscere che il commercio non è un settore qualunque. È un presidio sociale, un moltiplicatore economico, un generatore di sicurezza, un elemento identitario. Quando un negozio chiude non perde solo chi lo gestiva. Perde la strada intera. Diminuisce la presenza di occhi attenti. Si rallenta la circolazione della vita quotidiana. Si crea un varco che il degrado occupa con rapidità sorprendente.
Napoli ha bisogno di un piano urbano del commercio fondato su dati reali e non su slogan. Bisogna mappare le zone dove la desertificazione è già avanzata, quelle che possono essere recuperate e quelle che richiedono interventi mirati per sostenere chi ha ancora la forza di restare aperto. È indispensabile un approccio differenziato. I quartieri popolari non possono essere trattati come le aree a forte vocazione turistica. Le regole sugli affitti, la fiscalità locale, i costi dei servizi, la gestione degli spazi pubblici devono essere calibrati sulle esigenze concrete delle comunità che abitano quei territori. Questo significa riconoscere che la coesione sociale è un bene pubblico e che il commercio di prossimità ne è uno degli ingranaggi fondamentali.
Accanto a ciò serve una vera integrazione tra commercio mobilità e rigenerazione urbana. Non si rilancia un territorio se lo si considera solo una somma di strade. Occorrono percorsi pedonali sicuri, illuminazione adeguata, trasporti affidabili, piazze che tornino a essere luoghi di incontro. Ogni elemento urbano che funziona produce valore economico. Ogni elemento che si degrada genera costi per tutti.
Un altro nodo riguarda l’eccessiva frammentazione amministrativa. Chi apre un negozio deve confrontarsi con uffici diversi che spesso non dialogano tra loro e questo blocca iniziative, rallenta investimenti e scoraggia chi vorrebbe scommettere sulla città. Senza una cabina di regia unica anche le idee migliori rischiano di dissolversi in una nebbia burocratica che Napoli non può più permettersi.
Infine la città deve avere il coraggio di governare il turismo invece di subirlo. La crescita disordinata degli affitti brevi e delle attività mordi e fuggi altera il tessuto economico e spinge via i residenti. Il commercio che serve solo ai visitatori non sostituisce quello che serve a chi vive nei quartieri tutto l’anno. Se Napoli vuole un futuro stabile deve proteggere la sua vita quotidiana prima della sua vetrina internazionale.
Non siamo più al tempo delle analisi. Siamo al momento delle decisioni. Il commercio è il termometro della salute urbana e oggi ci sta mostrando una febbre che non si può ignorare. Napoli merita un progetto capace di unire visione e concretezza. Un progetto che restituisca ai suoi quartieri la dignità di luoghi vivi e non scenografie destinate a svuotarsi. Se la politica saprà ascoltare questa urgenza la città potrà ancora invertire la rotta. Altrimenti il silenzio delle serrande chiuse diventerà la colonna sonora di un declino che non riguarda solo l economia ma la qualità stessa della nostra vita civile.

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