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L’INTERVENTO
13 Dicembre 2025 - 09:08
Silvio Berlusconi
“Credo siano necessarie facce nuove e idee nuove per ridare smalto a Forza Italia”. Le parole di Piersilvio Berlusconi hanno scatenato una tempesta. Tutti concentrati, ciascuno per la propria parte, a difendersi dai licenziamenti o a schernirsi per non tradire le ambizioni.
La frase, quasi banale direi, impegna, piuttosto, a una riflessione rispetto alla necessità del partito di operare quel cambiamento necessario ad emanciparsi dal suo fondatore e a diventare adulto. Silvio Berlusconi, ispiratore e anima di Forza Italia, il “lascito” politico lo ha consegnato alla classe dirigenteche ha formato e al popolo che lo ha amato. L’errore da non commettere è pensare di essere emuli del leader, che costruiva il consenso sul suo càrisma e sulla sua potenza.
Oggi, da quella esperienza unica, si deve trarre alimento per non disperdere un’importante eredità, capovolgendo però la piramide, e stimolando la nascita di una base più ampia e partecipata.
All’indomani dell’ingresso di Forza Italia nel Partito Popolare Europeo, era il 1998, Silvio Berlusconi, spiegando le ragioni di quell’adesione, disse, nel corso della conferenza stampa del 10 giugno, che caposaldo del partito era “la dialettica interna”, fulcro della armonica convivenza tra le diverse anime liberali e cattoliche presenti al suo interno, che i valori fondanti erano quelli “irrinunciabili della tradizione cristiana - vita, bene comune, pace, giustizia sociale, tolleranza e solidarietà”, e che l’azione politica doveva essere costruita sulla “centralità della persona”, quale parte essenziale di uno Stato vissuto come associazione tra liberi.
Grazie a quel passaggio, è iniziata una nuova storia che ha portato Forza Italia, anche con il Pdl, a toccare soglie di consenso pari agli storici traguardi della Dc e ad essere oggi l’unico significativo rappresentante della tradizione del popolarismo europeo in Italia. Il Cavaliere era un visionario.
La sintesi di cultura riformista, liberale e popolare, da lui promossa, compiutamente interpretata, può oggi ancor più di ieri alimentare quel nuovo umanesimo necessario a rispondere alle nuove domande di senso che pongono scienza e progresso tecnologico, alla sfida che presenta il mutato quadro delle relazioni internazionali e alla impellente esigenza di equilibrio sociale.
Quanto più le singole tradizioni saranno percepibili e avranno dignità tanto più il partito potrà guardare a quella dimensione trasversale e interclassista che costituì l’ossatura della democrazia cristiana. Quindi il mio consiglio, non richiesto, ma sentito, è che Forza Italia, prima che lo facciano altri, affronti con senso di realismo l’esito, per quanto parziale, delle elezioni regionali, partendo dalle cause dell’alto tasso di astensionismo, vulnus alla democrazia.
Il non voto è una ferita mortale, della quale solo un partito solido, che si professa democratico e che punta al bene comune, può farsi carico. Tra gli assenti alle urne la fascia più significativa, pari al 42%, è rappresentata dai giovani tra i 18 e i 34 anni.
Questo dimostra che non c’è offerta di futuro nei programmi politici, non c’è stimolo alla partecipazione nella loro dimensione organizzativa e che manca un collante del rapporto sinergico, che per costituzione e per prassi, esisteva tra rappresentato e rappresentante. In questa situazione, la soluzione al blocco alla crescita non sono le facce o le idee nuove, ma gli antichi ingredienti della politica: territorio, persone e valori.
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