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La riflessione

Aree interne e borghi: la “rivincita” del Natale

Il primo presepe al mondo, opera di San Francesco, non fu popolato di pastori d’argilla ma di gente, di anime, per porre in risalto l’armonia decisiva della comunità ovunque: dai borghi alle città

Aree interne e borghi: la “rivincita” del Natale

“Nonostante la scomparsa di più di qualche antico negozio e un numero sempre più crescente di supermercati, all’alba, nel mio quartiere, mi giunge ancora - e sempre più gradita - una nenia di Natale”. Agl’inizi degli anni Settanta così Michele Prisco descriveva la vigilia di questa festa nel segno della forza invulnerabile di particolari valori e sentimenti, a fronte acambiamenti in atto.

Veniali rispetto agli odierni sconvolgimenti. È vero che nessuna città, come Napoli permette il gioco letterario - una delle sue specificità più apprezzate - di misurarsi su tanti e diversi registri, in cui convivono il paesaggio urbano degradato e l’antico luogo dell’incanto.

Ma quanta nostalgia trasmette la delicata percezione di Prisco messa a confronto dell’avvento dell’overturismo a Napoli, dove ogni fine settimana è contemporaneamente Natale, Capodanno, Epifania, Sant’Antuono, Carnevale, Pasqua, Pasquetta, Ferragosto, Piedigrotta, celebrazione degli scudetti passati e futuri.

Festa, Farina e anche “Show” per i commenti aggiuntivi del sindaco del “no” ai panni stesi e dei “sì” ai tovaglioli, tavolate in piazza e monopattini sui marciapiedi come invitati. Menomale che c’è il miracolo quotidiano collettivo di San Gregorio Armeno. Ora trasferendo questo discorso ai borghi, alle aree interne, oggi qui si può parlare della “rivincita del Natale”, con il ritorno dell’atmosfera tradizionale natalizia.

In apparenza una contraddizione rispetto agli ultimi dossier, che danno queste “aree” avviate a un declino, e comunque ancora e sempre vivibili. Perché in questi luoghi, nel corso di tanti anni, tra avversità di varia natura, scelte strategiche tardive e spesso errate scelte, non si è mai arreso il tenace lavoro di piccole imprese familiari, di singoli e di cooperative nel cogliere ogni opportunità.

Protagonisti del recupero produttivo di terre incolte, di tradizionali vocazioni: vigneti e zootecnia, vinificazione e prodotti caseari. Da incentivare, di conseguenza, una ristorazione locale, tipica e qualificata, frequentata in larga parte da affezionati e crescenti flussi provenienti da Napoli e dall’area metropolitana.

Ciò può destare meraviglia ma la storia ci viene in aiuto: dal 1600 in poi, Napoli è stata la più grande consumatrice dei prodotti della terra provenienti dall’Irpinia, dal Sannio, dalla Puglia, dall’Abruzzo. Distribuiti da una rete fittissima di punti vendita che, come spiega Nino Leone nel libro “La vita a Napoli ai tempi di Masaniello”, contava “200 verdumai, 200 macellerie, 300 pizzicagnoli, 400 panettieri, 150 maccheronari, 200 salumai, 100 magazeni di vini”.

Se la Napoli del Seicento e del Settecento è vissuta e sopravvissuta con la rendita proveniente dalla provincia è perché nel Regno esistevano territori in grado di fornirle tutto ciò di cui aveva bisogno. Tutto torna. Si dice che la profondità è in superficie, a dirlo fu Italo Calvino, precisando che ogni cosa è meglio se messa in vista.

Il presepe napoletano, la sua creatività, mescolando personaggi dei borghi e della capitale, è la più efficace riprova che la profondità è in superficie, in questo caso, un omaggio permanente di Napoli, della sua gratitudine per le province, per quanto ricevuto dal lavoro e dai prodotti di queste terre.

Merito anche della Chiesa, saggia e profetica, nel distribuire le feste religiose con equilibrio, rispettando i calendari agresti, mai penalizzandoli. Una formidabile capacità di programmazione, testimoniata dai lontani registri settecenteschi, in cui gli atti fondativi delle Confraternite risultano presieduti da possidenti, contadini e artigiani, firmati personalmente dai re. Che ne afferma il ruolo prezioso.

È tale il rispetto che se ne ebbe da far mutare il precetto monastico medievale da “Ora et labora” in “Labora et ora”: facendo precedere il lavoro alla preghiera. Questo per dire che le aree interne devono ripartire dalle collaudate vocazioni agricole plurisecolari.

A indicarlo è il “senso della storia” non della natura, imprevedibile e ingovernabile. Veder ricomparire in questi giorni nei borghi consuetudini di tempi antichi accanto a eventi di profilo contemporaneo, è il segnale più incoraggiante per un futuro di rigenerazione.

Il primo presepe al mondo, opera di San Francesco, non fu popolato di pastori d’argilla ma di gente, di anime, per porre in risalto l’armonia decisiva della comunità ovunque: dai borghi alle città.

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