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16 Dicembre 2025 - 09:42
In un tempo in cui i ritmi accelerati e le interazioni digitali rischiano di rendere fragili le relazioni, la gentilezza torna a essere un’urgenza educativa. Nelle scuole, nelle famiglie e nei luoghi di comunità, educare alla gentilezza significa costruire un ambiente in cui ciascuno possa sentirsi riconosciuto, protetto e valorizzato. Per molto tempo la gentilezza è stata considerata un tratto caratteriale o un fatto di buona educazione. Gentilezza significa saper ascoltare, scegliere parole non violente, accorgersi degli altri, agire con responsabilità. È una competenza che si apprende nel tempo, attraverso modelli positivi e pratiche quotidiane.
La scuola è il luogo privilegiato in cui i bambini fanno esperienza di comunità. I bambini non apprendono la gentilezza attraverso le parole, ma attraverso gli esempi. Un insegnante che sa chiedere scusa, un genitore che non umilia, un educatore che ascolta davvero… sono modelli potenti, più di qualsiasi lezione teorica. Gli adulti sono specchi. Se l’adulto è capace di rispetto e presenza, il bambino interiorizza naturalmente gli stessi comportamenti. Nell’era dei social, dove commenti impulsivi e ostilità online sono all’ordine del giorno, educare alla gentilezza diventa ancora più essenziale. I ragazzi hanno bisogno di comprendere che dietro ogni schermo c’è una persona reale, con sentimenti e fragilità.
Educarci ed educare alla gentilezza e al rispetto reciproco non è un gesto romantico o ingenuo: è un investimento sociale, culturale ed emotivo. È costruire una società meno violenta, più empatica e più umana. Ogni bambino che impara a essere gentile oggi è un adulto che domani saprà costruire relazioni sane e comunità migliori. La gentilezza è contagiosa. E insegnarla è uno dei gesti più rivoluzionari che la pedagogia contemporanea possa offrirci. La famiglia è il primo luogo in cui un bambinoscopre il mondo. Il modo in cui gli adulti parlano, discutono, si abbracciano, si consolano… è una lezione continua. Un bambino che vede rispetto a casa impara il rispetto. Un bambino che riceve ascolto impara ad ascoltare. Un bambino che viene accolto per quello che è, diventerà un adulto capace di accogliere gli altri.
Non servono grandi discorsi: serve presenza, coerenza, dolcezza. Oggi la gentilezza deve attraversare anche gli schermi. Deve diventare un “clic” più lento, una parola pensata prima di essere inviata, un silenzio invece di un commento duro. Dietro un profilo c’è sempre una persona che può ferirsi. E un ragazzo che sa essere gentile online sarà un adulto capace di responsabilità, nonostante l’anonimato e la fretta che abitano il web. La gentilezza digitale non è un optional: è un atto di maturità. La gentilezza non è solo un comportamento. È un modo di stare al mondo. È una lente attraverso cui vedere l’altro come un essere umano e non come un ostacolo.
Un bambino gentile oggi sarà un adulto che costruirà ponti, non muri. Che ascolterà prima di giudicare. Che saprà entrare in relazione senza ferire. E forse, un giorno, guardandoci indietro, capiremo che la trasformazione più grande non è arrivata dai grandi gesti, ma da quelle piccole attenzioni quotidiane che hanno reso la vita più lieve a qualcuno. La gentilezza è semplice, ma non sempre facile. Richiede coraggio, pazienza, volontà.
Ma è anche una forma di amore civile, un modo per lasciare il mondo migliore di come lo abbiamo trovato.Educare alla gentilezza significa insegnare ai bambini – e ricordare a noi adulti – che ogni gesto può diventare cura, ogni parola può essere ponte, ogni incontro può salvare una giornata. Forse non cambieremo il mondo intero. Ma possiamo cambiare il mondo di qualcuno. E questo, pedagogicamente, è già un miracolo.
*Pedagogista clinico, giuridico e famigliare
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