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lo straniero
20 Dicembre 2025 - 10:06
Alexandre Dumas
Durante la mia passeggiata con il premio Goncourt Dominique Fernandez, lo scrittore si chiede se non ci sia nell’aria un ingrediente speciale che faccia amare Napoli alle persone di qualità visto che, seppur evidenziandone le criticità, continuano ad amare la città. Primo fra tutti troviamo Alexandre Dumas, che si mostra molto severo nei confronti della società governata da Ferdinando e Maria Carolina nel suo ultimo romanzo, intitolato “La San Felice”, la duchessa torturata e poi giustiziata dal potere borbonico… come tutte le persone “illuminate” della classesuperiore che gli si opposero. “Una rara aristocratica ad avere cultura, spirito e cuore”.
Dumas si identificò, tuttavia, completamente con Napoli e il suo disordine, la sua follia, la sua allegria nonostante la sventura che la colpisce spesso. Io stesso ho sentito nella mia vita quotidiana la priorità data dalla popolazione alla vita e alle persone: «paese della sensazione», secondo le parole di Alexandre. Eppure, egli denunciò i peccati della città, compresi quelli del popolo della classe più bassa, i “lazzaroni”. Essi rimisero il re sul trono e parteciparono di loro iniziativa all’orribile repressione che seguì il suo ritorno. Nella lotta che condusse sul proprio giornale, Alexandre Dumas si vede come un profeta investito dalla missione di stabilire la giustizia e di dire la verità che i napoletani percepiscono solo molto confusamente: “Ditemi quale italiano avrebbe fatto di più con la sua penna di me stesso attraverso L’Indipendente”, scrive nelle sue colonne.
Ancora oggi constato che la gente non ha le idee chiare per quanto riguarda la storia; un’amica comunista non condanna completamente il regno di Ferdinando IV… perché la verità le è giunta deformata. Si capisce che non è così facile da raggiungere il vero quando si vede il modo in cui il grande giornale locale falsifica le statistiche per affermare fieramente che Napoli trascina l’Italia… benché sia ultima per livello di miseria, di occupazione del suo popolo e della vivibilità. Pensando a persone come Alexandre Dumas, che ameranno sempre Napoli ma non accettano ciò che essa ha di inaccettabile, Dominique Fernandez ha avuto una buona idea. “È per inclinazione della loro stessa persona che Stendhal, Walter Scott, Goethe o Fenimore Cooper sono in sintonia con Napoli, nonostante il loro paese e le loro tradizioni. Sarebbe dunque utile, allo stesso modo, delineare il carattere di coloro che non amano Napoli. Questo ci chiarirebbe le idee ancor più di un’analisianalitica sulla natura della città che essi non amano».
L’autore di Il pedone di Napoli, con cui cammino a braccetto, ha scelto tre esempi: Sartre non ama affatto Napoli. Descrive via Toledo come: “una perforazione igienica in una città sifilitica che separa in due zone il groviglio di budella putride e disgustose, rifugi di bambini malati dalle piccole teste furtive in cerca di una cattiva azione”. “È più Sartre che Napoli”, commenta Fernandez. “Ha persino scritto un libro che parla di “La nausea” per 250 pagine per dirti qual è il suo tropismo!” Il pittore Max Jacob non ha ceduto al fascino di Napoli. “Preferisce Douarnenez”, scherza Dominique, tanto il confronto gli sembra ridicolo. Dalla Villa Medici, dove era ospitato, il musicista francese Gounod fece una puntata a Napoli: “una città stridula, agitata e chiassosa” che gli fece provare il bisogno immediato di tornare a Roma. “La punizione per lui è un’opera compassata, noiosa e convenzionale”, giudica il mio nuovo amico.
Ciò che vedo in comune tra questi tre detrattori è: che non amano la vita, anche se hanno delle attenuanti, come Max Jacob che finì per morire nel campo di Drancy, per citare solo lui; che amano la religione o l’ideologia, seppure entrambe limitanti il libero arbitrio dell’uomo; che non amano il caos, il disordine, “la canea” (la “chienlit’ come disse il generale De Gaulle durante le proteste di maggio 1968). Napoli si oppone completamente a queste tre dimensioni, in quanto erede quasi esclusiva del mondo greco antico: in un sito che somiglia a “un Olimpo sul mare”, si deve godere della vita, ovunque ci si trovi nella scala sociale; è la superstizione che prende il posto del canone della fede cattolica a Napoli; quanto al comunismo, è sempre stato una cosa poco seria a Napoli, poiché gli americani non lo permettevano… con l’accordo dei russi. Si poteva far finta: «giocare al piccolo comunista», ma non realizzarlo davvero! E per quanto riguarda il caos, siamo tutti d’accordo che è Dioniso a organizzare la vita della società napoletana. È un dio molto particolare persino nel Pantheon greco. Come Napoli, è uscito dalla coscia di Giove… e ne è consapevole! I miei migliori auguri.
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