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La riflessione
05 Gennaio 2026 - 09:38
Russel Crowe in una scena del film “Norimberga"
Norimberga non è solo un film, diretto da James Vanderbilt e magistralmente interpretato da Russel Crowe, e non è solo una città della Germania, con alterne fortune storiche e commerciali. È uno dei luoghi - simbolicamente e di fatto - più prossimi al silenzio, quello che segue alle domande senza risposta sulla vera natura dell'uomo.
È là, infatti, che in uno degli annuali raduni nazisti del Parteitag furono emanate nel 1935 le leggi razziali ed è, ancora, là che si tenne dal 20 novembre 1945 al 1º ottobre 1946 nel suo Palazzo di Giustizia il processo ai criminali di guerra nazisti, che di fatto chiuse, anche sul piano giuridico e morale, la seconda guerra mondiale.
Un luogo estraneo agli eccidi e al pabulum scellerato che li aveva ideati, programmati, avallati e perpetrati, eppure così immerso nella colpa da esserne esso stesso simbolo imperituro. E proprio per questo è anche molto di più. È l'emblema di un orrore rimasto monito e non legge contro la bestialità dell'uomo, lupo per l'uomo e per le ragioni più svariate: razziali, religiose, economiche.
Evento episodico, certo seguito da altri (ex-Jugoslavia e Ruanda su tutti), ma che non hanno mai smesso di diffondersi a macchia d'olio negli 80 anni seguiti alla sentenza di Norimberga e che, nella stragrande maggioranza dei casi, sono rimasti impuniti, mentre le intere popolazioni che quegli atroci misfatti li hanno subiti continuano a portarne i segni psicologici, genetici e sociali.
Quante storie rimarranno mute, occultate, inascoltate, in attesa che un articolo di giornale, un lancio di agenzia o un post su un social le riporti alla luce, senza che ciò scateni però movimenti di opinione, assemblee istituzionali nazionali o internazionali, interventi diplomatici di Stati o continenti.
Per comprendere quanto ogni crimine lasci dietro di sé, basterebbe rivolgere il nostro sguardo, ora attonito e sdegnato, ora indifferente e anonimo, ai figli di tutti coloro che quei crimini li hanno commessi davvero, giorno dopo giorno, fino a inzozzarsi talmente le mani da non non potere neanche essere considerati appartenenti al genere umano.
Non pochi di quei bambini (molti dei quali ora adulti) - per ragioni talvolta, ma solo talvolta, necessarie alla loro stessa sopravvivenza - hanno proseguito le orme dei loro padri carnefici, o quantomeno non li hanno abiurati.
Basti ricordare la piccola Edda Gōring, ritratta nel suddetto film, recentemente uscito in tutto il mondo, come una dolce bimba, profondamente innamorata del suo papà e impeccabile suonatrice di piano, la quale - come altre figlie e figli di gerarchi nazisti - non solo non riconobbe mai le efferatezze paterne, ma provò addirittura a proseguirne le gesta sostenendo gruppi neonazisti.
Sono loro il vero seme malato, la grande sconfitta dell'uomo, che nessuna norma o esercito potrà mai riportare alla ragione e al vivere civile. È a loro, soprattutto, più che a tutte quelle belve che continuano indisturbati a imperversare per il mondo, che voglio dedicare le parole finali del film Norimberga, pronunciate dal filosofo inglese Robin George Collingwood: "L'unico indizio su ciò che l'uomo può fare è ciò che l'uomo ha già fatto".
Ogni carnefice pensi al male che arreca innanzitutto ai propri figli, prima che al mondo intero, perché le sue colpe ricadranno su di loro, nei secoli dei secoli, ed è a loro che deve l'onere e l'onore di un esempio valoroso che valga per tutto il tempo che gli succederà.
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