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L'analisi

Quando la forza si traveste da giustizia senza diritto

Sul piano del diritto internazionale, Trump non disponeva d’alcuna base legittima per entrare in un altrui Paese e sequestrarne il presidente

Quando la forza si traveste da giustizia senza diritto

Donald Trump

«La giustizia è soggetta a contestazione; la forza è subito riconoscibile e senza dispute…. E così, non potendo fare in modo che quel che è giusto fosse forte, si è fatto in modo che quel che è forte fosse giusto». Questa la ben nota, amara considerazione che Blaise Pascal, alla metà del XVII secolo ci lasciava a proposito degli uomini e del loro senso di giustizia.

E la pensava appunto già tre secoli fa, in esito ad una personale esperienza di persecuzione per motivi ideologici e dopo che la Francia aveva vissuto il secolo dei durissimi scontri nel corso delle guerre di religione. Ma dava icastica espressione ad una realtà universale della storia umana, con la quale è necessario fare i conti; e farli sempre più, data la forza devastante e sconfinata di cui l’essere umano è riuscito saggiamente a dotarsi.

L’operazione militare speciale con la quale alla fine della settimana scorsa il presidente degli Stati Uniti d’America ha “catturato", sorprendendolo nella sua stanza da letto insieme alla consorte, il presidente di un altro paese sovrano, la Repubblica bolivariana del Venezuela, non credo abbia paragonabili precedenti, per dimensioni dello Stato aggredito, motivazioni che lo giustificano, modalità mirabolanti d’esecuzione.

Possono ben dirsi soddisfate le forze armate americane per aver realizzato dove ha fallito il presidente della Federazione russa: la cui intenzione era, com’è noto, quella di catturare (o eliminare) il presidente ucraino e sostituirlo con un governo amico, quello che un tempo si chiamava “fantoccio". Il Putin è rimasto scornato ed impigliato in una lunga, usurante e costosissima guerra di posizione; il Trump invece ha brillantemente portato a segno il suo proposito.

E c’è da credere che il suo omologo russo non l’abbia presa troppo bene, dati i criteri con i quali a quelle altezze si misura il successo di un uomo politico. Ma più dei sentimenti d’invidia, rivalsa o chissà di cos’altro che può nutrire l’autocrate ad oriente, a contare è il precedente creato dal fulmineo rapimento di Trump. Egli, è vero, ha parlato di “cattura", assumendo di aver portato dinanzi ad una corte di giustizia americana, l’imputato Maduro.

Il problema è che, sul piano del diritto internazionale, egli non disponeva d’alcuna base legittima per entrare in un altrui Paese e sequestrarne il presidente, facendo sì uso d’efficientissime forze speciali, ma violando sovranità ed immunità che nemmeno la Corte penale internazionale avrebbe potuto.

Inoltre, stabilire il principio che l’imputazione di un Capo di Stato ad opera della giurisdizione di un altro Stato consenta a quest’ultimo di ‘arrestare’ il proprio ricercato, introduce una regola che nega radicalmente ogni principio di territorialità non solo e non tanto del diritto, ma dell’uso legittimo della forza per l’attuazione del diritto.

Ogni Stato può mettere in esecuzione i propri provvedimenti giurisdizionali soltanto all’interno del proprio territorio; quando il presunto criminale è nel territorio di altro Stato – per non dire quando questo presunto criminale è anche coperto dalle immunità dell’essere capo di un altro Stato – solo grazie ad accordi internazionali approvati è possibile attuare quella che si chiama cooperazione giudiziaria.

Mi accorgo, però, mentre scrivo di queste cose, d’assumere una prospettiva del tutto inattuale, sembran già cose di un passato lontano, da dimenticare, residui d’una sorpassata cultura giuridica, fatta di lenti accumuli, di lunghi percorsi verso la civilizzazione e verso la civilizzazione dei rapporti tra Stati.

Può dirsi che, per certi versi, l’azione di Trump è anche più grave di quella posta dal fallito tentativo del suo omologo, perché il blitz americano ha contrastato ogni base di diritto, nel mentre ha cercato di ammantarsi del diritto, rivestendo dell’esecuzione di un ordine giudiziario un atto d’assoluta violenza e di strutturale negazione del diritto.

Insomma, s’è presa gioco del diritto. Difficile credere che dopo un gesto del genere lo stesso Presidente degli Stati Uniti possa ergersi a paladino del rispetto delle regole o possa svolgere – ammesso che mai abbia voluto farlo – un’opera di moral suasion nei confronti del suo collega russo.

Bisogna prendere atto che i tempi sono davvero diversi e che attualmente si stia attraversando una fase storica – che difficilmente potrà rapidamente regredire, ma che anzi potrà costituire da base per nuove iniziative d’analoga lega – in cui il raggiungimento del risultato auspicato farà premio su ogni remora nella scelta dei mezzi adottati per ottenerlo.

Insomma, che in politica il fine giustificasse i mezzi si sapeva; ma si sapeva – o almeno si credeva di sapere – che, nella contemporaneità, non tutto potesse essere consentito, che si fossero creati degli ambiti istituzionali nei quali affrontare e possibilmente risolvere le crisi attraverso i mezzi del diritto e della mediazione, piuttosto che con quelli delle armi e dell’azione corsara.

Bisogna prendere atto che quella è stata un’illusione, o almeno che si è tornati all’epoca in cui si catturavano i sovrani in battaglia e poi o li si eliminavano o li si restituiva a caro prezzo, come avvenne per Francesco I dopo la cattura alla battaglia di Pavia: si era nel 1525, però.

Ma forse è il “però" ad esser di troppo, perché le cose dell’umanità mostrano un’irresistibile tentazione a ripresentarsi in forme solo aggiornate, non mutate nella struttura.

Ma siccome bisogna essere uomini dei propri tempi e sapervi veder dentro, almeno avremo ormai compreso, dopo simili sorprendenti esperienze, che ogni Paese deve aver la capacità di badare a sé stesso, in altri termini deve poter disporre di proprie armi per esistere, magari anche di salde alleanze fondate sul reciproco interesse; e che il pacifismo dei profeti disarmati e delle anime candide rischia di trovarsi custodito dal bellicismo di praticoni corazzati e dal baldanzoso successo.

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