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l'opinione
06 Gennaio 2026 - 12:59
Parlare di sesso in adolescenza continua a mettere in difficoltà il mondo adulto. Si oscilla tra imbarazzo e allarmismo, tra silenzi protettivi e discorsi tecnici che non arrivano davvero ai ragazzi. Eppure, per gli adolescenti, il corpo è il primo linguaggio attraverso cui cercano di capire chi sono, quanto valgono, se sono desiderabili, se possono essere amati. La sessualità, in questa fase della vita, non è solo un fatto biologico né esclusivamente un atto intimo. È un territorio identitario, emotivo e relazionale. È il luogo in cui si incontrano bisogno di riconoscimento, paura del rifiuto, curiosità, pressione sociale. Ridurla a un problema di “educazione sessuale” in senso stretto significa non coglierne la complessità.
Oggi i ragazzi arrivano al sesso molto prima di quanto arrivino alle parole per raccontarlo. L’accesso precoce e massiccio alla pornografia, la sessualizzazione dei social, la cultura della performance hanno anticipato l’esperienza, ma non la maturità emotiva necessaria per comprenderla. Il rischio non è solo fare sesso “troppo presto”, ma farlo senza consapevolezza, senza ascolto di sé, senza rispetto reciproco. Molti adolescenti non cercano il piacere, cercano conferme. Usano il corpo per sentirsi visti, per non sentirsi esclusi, per rispondere a un’idea di normalità imposta dall’esterno. In questo contesto, il consenso rischia di diventare formale, fragile, ambiguo.
Dire “sì” non sempre significa scegliere: a volte significa adeguarsi. La responsabilità educativa degli adulti è spesso indebolita da due estremi opposti. Da un lato il silenzio, che lascia i ragazzi soli a interpretare messaggi confusi e contraddittori. Dall’altro una comunicazione fredda, tecnica, centrata solo su prevenzione e rischio, che non intercetta le emozioni. I ragazzi non chiedono solo informazioni: chiedono chiavi di lettura, parole per capire ciò che sentono. Educare alla sessualità significa educare alla relazione. Significa parlare di rispetto, di limiti, di desiderio, di attesa, di responsabilità affettiva. Significa insegnare che il corpo non è una merce né una prova da superare, ma uno spazio di intimità che merita cura. In questo senso, l’educazione emotiva è parte integrante dell’educazione sessuale, non un’aggiunta facoltativa.
Anche la scuola, come la famiglia, non può sottrarsi. Non bastano progetti occasionali o interventi emergenziali. Serve una visione educativa che accompagni gli adolescenti nel tempo, che li aiuti a riconoscere le pressioni culturali, a sviluppare pensiero critico, a dare valore alle proprie scelte. Parlare di sesso a scuola non significa invadere, ma offrire strumenti di libertà. Il vero rischio, oggi, non è che i ragazzi parlino troppo di sesso, ma che lo vivano senza parole, senza adulti di riferimento, senza una bussola emotiva. Quando manca l’educazione, la sessualità diventa terreno di confusione, di ferite, talvolta di violenza silenziosa. Educare alla sessualità non significa dire ai ragazzi cosa fare, ma aiutarli a capire chi sono e cosa desiderano davvero. Un adolescente che conosce il proprio valore non ha bisogno di usare il corpo per chiedere attenzione. E un adulto che ha il coraggio di parlare, ascoltare e accompagnare può trasformare il sesso da rischio a possibilità di relazione autentica.
*Pedagogista clinico, giuridico e famigliare
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