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06 Gennaio 2026 - 13:08
Da tempo nel Belpaese è aumentato l’odio sociale nei riguardi di chiunque sia riuscito a costruirsi una discreta posizione. Le difficoltà economiche, i problemi occupazionali, la crescita esponenziale dei costi di qualsiasi comparto hanno finito per determinare un cortocircuito che sembra, ormai, inarrestabile. E dentro la mischia si è tuffata anche la classe politica che, spesso, alla ricerca di qualche simpatia e magari di qualche voto, si è inventata il nodo delle pensioni d’oro (dai 4mila euro in su), l’eterno richiamo alle famiglie che non riescono a mettere il piatto in tavola, la crisi di un Paese eternamente al boccaglio d’ossigeno. Una linea tendenziale sfoderata quotidianamente da qualsiasi opposizione e da molti sindacati che soffiano costantemente sul vento della polemica. Attenzione, i problemi non mancano.
I Paesi europei, nella loro globalità, sono all’interno di una difficile fase di recessione e i riflessi si intravedono palesemente anche in Italia ma puntare eternamente il dito contro chi ha qualche euro in più è diventato paradossalmente, ormai, uno sport nazionale. Pensare poi che non esiste mai alcun provvedimento di natura economica sul quale il Parlamento, nel superiore interesse del popolo, sia capace di ritrovare un minimo di convergenza è qualcosa che, sinceramente, dispiace e rattrista. Anche la recente manovra di fine anno si è mossa in questo solco ed il commento finale di Elly Schlein si è rivelato lapidario: “una legge di bilancio che favorisce solamente i ricchi“.
Ovviamente, nel gioco delle parti, ognuno recita il proprio ruolo e qualsiasi coperta economica, di questi tempi, appare necessariamente corta rispetto alle mille esigenze emergenti. Ma questo eterno richiamo ai barlumi della ricchezza come qualcosa da combattere, da annullare, da abbattere non fa bene alla nostra società. Fino alla fine del Novecento, giova ricordarlo, si parlava di ascensore sociale. C’era il pieno, comune riconoscimento verso chi aveva voluto studiare e si era affermato, raggiungendo, spesso solo con le sue forze, un livello sociale minimamente borghese, in qualche modo autorevole. Chi restava indietro non attribuiva al Governo, al destino, alla famiglia il suo magro stipendio. Ma riconosceva apertamente i suoi limiti, la scarsa voglia di impegnarsi negli studi, un percorso giovanile troppo allegro e spregiudicato come ostacoli alla propria crescita.
Ora no, soprattutto dopo la sirena del reddito di cittadinanza molti si sono convinti di doversi accomodare sul divano e aspettare il bonifico dello Stato. E dopo il suo azzeramento l’odio sociale verso i più abbienti è aumentato ulteriormente, creando ulteriori fibrillazioni nella realtà del Belpaese. Proviamo, col nuovo anno, a ragionare in maniera più solida. Riconosciamo, ogni tanto, a chi nella vita ce l’ha fatta gli indiscutibili meriti, i sacrifici che ha attraversato, le difficoltà che ha superato. Immaginando, magari, che non i ricchi ma chi ha raggiunto un qualsiasi, eccellente stipendio non sia un soggetto da odiare ma semplicemente un personaggio da imitare.
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