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10 Gennaio 2026 - 09:07
Il XXI secolo vive l'apparente contraddizione per cui, mentre in molte economie avanzate, dall’Europa al Giappone, la denatalità è diventata una preoccupazione strutturale, il pianeta nel suo complesso continua a crescere a un ritmo che mette sotto pressione risorse naturali, ecosistemi, sistemi sistemi sociali e climatici.
La popolazione mondiale ha superato gli 8 miliardi di persone nel 2022 e, secondo le Nazioni Unite, potrebbe avvicinarsi ai 9,7 miliardi entro il 2050 se i trend attuali non verranno modificati. Non si tratta di una questione ideologica, ma fisica: un pianeta finito non può sostenere una crescita illimitata.
La sovrappopolazione raggiunge cioè soglie di guardia quando la crescita demografica supera la capacità delle società di trasformarla in sviluppo umano e quella dei sistemi naturali di assorbirne l’impatto. Le conseguenze sono già visibili.
Oltre il 40 per cento della popolazione mondiale vive in aree soggette a stress idrico; il consumo di suolo cresce più rapidamente della popolazione; le città dei Paesi a basso reddito si espandono spesso senza infrastrutture adeguate; la crisi climatica colpisce con maggiore violenza proprio le regioni a più alta densità demografica e a minore resilienza economica.
In questo contesto, la crescita della popolazione non è accompagnata da un pari aumento di istruzione, sanità e opportunità, alimentando povertà strutturale, instabilità e migrazioni forzate. Di fronte a questo quadro, la storia recente offre una lezione tanto semplice quanto spesso rimossa: il più potente fattore di riequilibrio demografico è l’emancipazione femminile.
È necessario chiarirlo subito: l’istruzione e l’autonomia delle donne non sono uno strumento di politica demografica. Sono, prima di tutto, un diritto umano fondamentale, un valore culturale e morale irrinunciabile. Il fatto che producano anche effetti positivi sulla dinamica della popolazione globale non è la loro giustificazione, ma una conseguenza. I dati, tuttavia, sono inequivocabili.
Secondo la Banca Mondiale, nei Paesi in cui le ragazze completano almeno l’istruzione secondaria, il tasso di fertilità si dimezza rispetto a quelli in cui l’accesso all’istruzione è limitato. In Niger, dove il tasso di scolarizzazione femminile resta molto basso, il numero medio di figli per donna supera ancora i sei; in Bangladesh, dove negli ultimi trent’anni sono stati compiuti enormi progressi nell’educazione e nel lavoro femminile, la fertilità è scesa da oltre sei figli a poco più di due.
In Iran, tra gli anni Novanta e Duemila, una rapida espansione dell’istruzione femminile ha prodotto uno dei più veloci cali di fertilità mai registrati, senza alcuna politica coercitiva. La correlazione è costante: quando le donne studiano, lavorano e hanno accesso alla sanità riproduttiva, la maternità diventa una scelta e non un destino. Non scompare, ma cambia natura.
È più tardiva, più consapevole, meno ripetitiva. I figli sono meno numerosi, ma crescono in famiglie che investono di più nella loro salute, nella loro istruzione e nel loro futuro. In questo senso, l’emancipazione femminile agisce come un potente moltiplicatore di sviluppo.
Una donna che lavora contribuisce al reddito familiare e al PIL; una donna istruita ha maggiori strumenti per tutelare la propria salute e quella dei figli; una donna libera di scegliere riduce la trasmissione intergenerazionale della povertà. Non a caso, secondo l’Onu, ogni anno aggiuntivo di istruzione femminile è associato a una riduzione significativa della mortalità infantile e a un aumento del reddito pro capite nel lungo periodo. Il nodo, però, è più profondo e riguarda la cultura.
Per secoli, in molte parti del mondo, la funzione sociale della donna è stata quasi interamente identificata con la riproduzione. L’emancipazione spezza questa identificazione, non per negare la maternità, ma per sottrarla alla fatalità biologica e alla pressione sociale. Non meno figli per principio, ma figli voluti.
Da questo punto di vista, l’educazione femminile rappresenta la risposta più civile e più efficace al problema della sovrappopolazione. Non impone limiti dall’alto, non ricorre a politiche autoritarie, non trasforma i corpi in strumenti di pianificazione. Allarga semplicemente lo spazio della libertà. Ed è proprio la libertà, paradossalmente, a produrre equilibrio.
C’è poi un ultimo aspetto, spesso trascurato nel dibattito pubblico. Anche se il problema della crescita demografica globale non esistesse, l’emancipazione femminile resterebbe una priorità assoluta.
Investire nell’istruzione delle donne significa costruire società più giuste, economie più dinamiche, istituzioni più stabili. Il fatto che questa scelta contribuisca anche alla sostenibilità ambientale e sociale del pianeta è una delle coincidenze virtuose della storia contemporanea. In un mondo attraversato da crisi multiple, non esiste investimento più efficace, più giusto e più lungimirante di quello nelle donne.
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