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L'opinione
11 Gennaio 2026 - 09:00
C’è un’immagine che racconta meglio di tante statistiche la crisi educativa del nostro tempo: bambini che parlano come adulti e adulti che faticano a comportarsi da tali. I primi portano sulle spalle responsabilità emotive precoci; i secondi sembrano aver rinunciato al ruolo educativo, confondendo autorevolezza con autoritarismo e libertà con assenza di limiti.
I bambini di oggi crescono in fretta. Conoscono parole, dinamiche e problemi che un tempo appartenevano al mondo adulto. Sono esposti precocemente a contenuti, conflitti, ansie e aspettative che li spingono a “diventare grandi” prima di aver avuto il tempo di essere piccoli.
L’infanzia, da spazio protetto, è diventata una vetrina: si misura, si confronta, si espone. E chi non regge il ritmo resta indietro, spesso in silenzio. Parallelamente, molti adulti arretrano. Non guidano, negoziano. Non educano, assecondano. Hanno paura del pianto, del conflitto, della frustrazione.
Preferiscono essere approvati piuttosto che essere riferimento. Così rinunciano al ruolo più faticoso e più necessario: quello di adulti. Questo non è un cambiamento culturale neutro: è una resa educativa. Quando l’adulto si ritrae, il bambino avanza. Ma non per scelta, per sopravvivenza.
Diventa competente prima di essere sicuro, autonomo prima di essere stabile, responsabile prima di essere pronto. È una crescita forzata che produce fragilità mascherate da maturità. La fragilità emotiva dilagante non nasce da bambini “troppo sensibili”, ma da adulti troppo fragili per reggere il proprio ruolo.
Non è vero che i bambini non tollerano i limiti: sono gli adulti a non tollerare il disagio di imporli. Abbiamo medicalizzato la frustrazione, patologizzato il confine, colpevolizzato l’autorevolezza. La verità è scomoda: non stiamo crescendo bambini liberi, ma bambini soli.
Soli davanti a scelte che non dovrebbero fare, emozioni che non sanno nominare, responsabilità che non spettano loro. E mentre li osserviamo “funzionare”, ci convinciamo che vada tutto bene. Gli adulti di oggi chiedono ai figli ciò che non hanno il coraggio di essere: maturi, equilibrati, forti.
Pretendono resilienza dai bambini per giustificare la propria rinuncia. È più facile dire che “i tempi sono cambiati” che ammettere di aver smesso di educare. Una società che infantilizza gli adulti e adultizza i bambini non è moderna: è irresponsabile. E quando questi bambini diventeranno adulti stanchi, ansiosi, disorientati, ci chiederemo ancora “cosa non ha funzionato”, evitando la risposta più ovvia.
Forse il vero atto rivoluzionario, oggi, è tornare a essere adulti. Anche se costa. Anche se non piace. Anche se fa perdere consenso. Perché l’educazione non è un atto gentile: è un atto di responsabilità. E la responsabilità, per definizione, non è mai comoda.
*Pedagogista clinico, giuridico e famigliare
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