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LA RIFLESSIONE

La “discontinuità” di Fico? Fa rimpiangere DeLuca    

La campagna elettorale è finita, ma il governatore non se n’è accorto ancora

La “discontinuità” di Fico? Fa rimpiangere DeLuca    

Roberto Fico

La campagna elettorale è finita, ma Fico non se n’è accorto ancora. L’ultima conferma è venuta giovedì scorso durante la visita al “Cardarelli” per l’inaugurazione del nuovo padiglione monumentale, dove ha dichiarato la “politica deve restare fuori degli ospedali”.

Sarebbe stato più saggio tacere in una Regione, la “sua”, che impedisce ai consiglieri, eletti dal popolo, di diventare assessori ed entrare in Giunta, spalancando invece la porta ai fiduciari di partiti e movimenti. I quali non vanno certo in “Giunta con le mani congiunte” a recitare il rosario. Che gigantesca ipocrisia!

La Regione Puglia delle “magnifiche sorti e progressive” - di cui la sinistra Polaroid in posa, da Schlein a Fratoianni - mena vanto, giova saperlo, su 10 assessori in totale,  8 di questi devono essere di rigore consiglieri. Un tempo nelle cronache politiche figurava spesso la definizione di “apprendista stregone” riservata a chi applica o favorisce metodi che poi non riesce a padroneggiare, finendo per fare l’opposto di ciò che si era prefisso.

È quanto si coglie in questi primi e ancora incertissimi passi del neo governatore Roberto Fico, che, per una serie di “impegni elettorali” da rispettare nella distribuzione delle deleghe, ha dovuto far ricorso alla “moltiplicazione dei pani e dei pesci”. Moltiplicazione che fu possibile però solo a Gesù e a Paolo di Tarso, mai ai comuni mortali.

Figuriamoci poi in istituzioni come le Regioni, per dirla tutta, dai meccanismi legislativi complessi dalla nascita. Anzi già molto prima che nascessero, da farne slittare addirittura il varo di venti anni. Fico provi a riflettere sul proprio “en plein” di deleghe. A riguardo gli potrà essere molto utile leggere una lontana riflessione di Manlio Rossi Doria.

Era il 1970 e mentre  si stavano varando le Regioni, il grande meridionalista, nel segnalare un aspetto spinoso in fieri, scrisse: “I pericoli maggiori che insidiano il nuovo ordinamento sono, da un lato, che esso trasferisca troppo lentamente alle Regioni competenze e poteri che sono oggi saldamente nelle mani del potere  regionale e, dall’altro, che esso dia luogo - per così dire - a una concezione e a una prassi accentratrice a livello regionale, che potrebbe in periferia risultare più pesante e dannosa della stessa tradizione accentratrice dello Stato unitario”.

Meglio di così non si poteva mettere in guardia per sempre dal rischio permanente di un “accentramento” non solo e non tanto di competenze, ma anche e soprattutto da parte di chi deve esercitarle. È eccessivo, di stampo assolutista, il cumolo di deleghe del neo governatore Fico - Bilancio, Sanità, Fondi europei e nazionali - dei comparti nevralgici e più qualificanti, lasciando il resto alla ciurma.

Dire oggi che è stato un atto di responsabilità da parte sua, prendersi il Bilancio,  non convince ma conferma ancora una volta la doppiezza della politica  nel voler far apparire all’esterno la fatica del comando. Che in questo caso potrebbe sconfinare nella “discrezionalità” per l’assegnazione di fondi.

Se ci si attendeva una prova inconfutabile sulla odierna discontinuità rispetto alla passata “consiliatura” regionale, questa è venuta da subito e con arroganza. Da far rimpiangere De Luca, anche da chi non l’ha mai amato. In tutto questo rimescolamento delle deleghe, per la presunzione di lanciare segni concreti di cambiamento, si stacreando un “labirinto amministrativo”, una confusione di poteri da “teatro futurista”.

Serviranno mesi e mesi per normalizzare la macchina regionale, stravolta per far quadrare  le ambizioni di un “campo largo”  senza programma a livello nazionale e locale, su temi cruciali, su cui viene detto ciò che passa per la mente, liquidando ogni questione con la formula  generica: faremo sintesi.

A proposito di sintesi, Fico tenne molto a inaugurare la campagna elettorale nelle aree interne, a Morcone, nell’alta Valle del Tammaro, per annunciare che da lì, dai quei borghi sarebbe partita la sua “rivoluzione per cambiare anche Napoli” . Visto che a Napoli vi sta già provvedendo il sindaco Manfredi - lo si percepisce anche dall’aria “sempre più tossica” che respiriamo - sarebbe anche ora  di dire qualcosa su  queste “terre”, da cicliche promesse. Ancora una volta da “passata la festa, gabbato lo Santo”.                                                                                
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