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La riflessione

Il diritto internazionale travolto dalla forza nuda

Bisogna prender atto che si è in una fase della storia in cui tutti i più primordiali istinti stanno riprendendo il sopravvento

Il diritto internazionale travolto dalla forza nuda

Donald Trump

Un seicentesco filosofo della politica, che del potere e della sua organizzazione, a dir di tutti, se n’intendeva abbastanza bene, tal Thomas Hobbes, aveva a suo tempo rilevato come il perpetuo desiderio di mutamento, per dir così, la costante ricerca di novità e di piacere e, soprattutto, l’assenza d’un termine ultimo che potesse far da freno alle bramosie umane, era la radice d’un egoismo, tendenzialmente senza limite, quello prospero nello stato di natura.

Per uscire da quello stato – egli sosteneva – gli uomini avrebbero dovuto seguire criteri di razionalità, ed accordarsi intorno a due-tre cose: cercar la pace; rinunciare alle proprie sconfinate pretese, cioè a dire, rinunciare a credere d’aver diritto su tutto; stare ai patti (pacta sunt servanda), nel senso che alcune regole di fondo non mai avrebbero potuto essere poste in discussione.

Al rispetto di queste condizioni avrebbe dovuto badare lo Stato, costituito dagli individui proprio con questo scopo. Le sue idee hanno poi germogliato, si sono perfezionate, hanno avuto molte forme di realizzazione, le più avanzate delle quali si sono ispirate, da Kant in poi, all’intento di promuovere e favorire la formazione d’un ordine mondiale a correzione di quegli egoismi che dall’individuo – come Hobbes aveva chiaramente indicato – rischiassero di trasferirsi negli Stati.

Insomma, che i difetti dei singoli si trasformassero, come si erano andati trasformando, in difetti dell’entità collettiva nazionale. È dunque da credersi che l’attuale fase storica presenti un regresso rispetto a certi percorsi che si davano per compiuti e che vedevanoin un relativo rispetto del diritto internazionale custodito dalle più responsabili nazioni, la loro forma di manifestazione palpabile.

Non che il diritto internazionale si sia mai caratterizzato per una piena effettualità dei suoi principi – ma questo vale per ogni diritto, quello interno compreso e compreso anche quello dei rapporti tra privati. Solo che una certa influenza sulle condotte delle Nazioni quel diritto l’aveva realizzato, permettendo aggressioni a paesi sovrani solo in presenza di determinate giustificazioni, più o meno condivisibili.

Anche la seconda guerra del Golfo del 2003 tentò di darsi una veste; una veste più dilacerata se la diedero i bombardamenti della Nato nel 2011 in una Libia, sì in situazione di guerra civile, ma non certo sottoposta agli attacchi alleati per rimettere ordine bensì, com’è noto, per mire d’appropriazione da parte essenzialmente della Francia dell’allora presidente Sarkozy.

Un sostanzioso contributo al crollo dell’ordine internazionale l’ha generosamente offerto, con la doppia aggressione ucraina, la Federazione russa, i cui argomenti per giustificare, prima l’invasione della Crimea, poi l’attuale guerra ormai quasi quadriennale sono stati davvero assai esili, per non dire implausibili. Ma il giudizio della storia è difficile da dare nella contemporaneità, in questa si può solo cercar d’osservare con attenzione.

Oggi, nell’era Trump – perché è difficile negare che si tratti di una fonte di novità davvero notevole – sono gli Stati Uniti a guidare il processo di demolizione dell’ordine internazionale, già ampiamente in atto. Prelevare dalla propria stanza da letto – o chissà in qual altro modo siano andate le cose – il capo d’uno Stato di circa trenta milioni di abitanti, depositario dei più grandi giacimenti petroliferi del mondo, non è deroga da poco all’ordine giuridico che dovrebbe governare il mondo.

Come non è cosa da poco la mira sulla Groenlandia che si vuole, con le buone o con le cattive, sottrarre alla Danimarca, paese dell’alleanza atlantica, e portare all’interno dei confini della bandiera a stelle e strisce. Come nemmeno cosa dappoco è la pioggerella di bombe che, senza preavviso, sempre gli Stati Uniti, a fianco d’Israele hanno lasciato cadere sul territorio iraniano.

E nemmeno è cosa dappoco la serie di minacce che, apertis verbis, il presidente statunitense indirizza ai Paesi vari dell’America latina. Per non dire dei ripetuti atti di pirateria alla sir Francis Drake (anch’egli dotato di salvacondotti reali e con discreta carriera politica), ormai d’abitudine nei confronti di petroliere venezuelane.

In questo quadro, ovviamente, c’è da attendersi parecchio altro perché, per dirne solo una, non si sa per qual ragione la Repubblica popolare cinese dovrebbe star lì a guardare e non far liberamente i propri affari quando lo desidererà. Se non c’è addirittura da pensare che al di sotto di questa congerie di condotte vi sia una complessiva visione d’un nuovo ordine internazionale da realizzare, sempre con le buone o con le cattive.

Non è che tutti questi episodi sian privi di giustificazione qual che sia, è ovvio. Non credo che qualcuno piangerà la caduta di Maduro, anche se non so quanti saranno lieti di vedere lì al suo posto (per ora) la sua vice e quanto ciò sia coerente con la morale giustificazione d’eliminare un truce, indecente dittatore.

Anche il Putin ha avanzato molte ragioni per giustificare la sua operazione militare speciale, talune non di certo disprezzabili, anche se alquanto invecchiate, in termini di geopolitica. Il problema non è qui, perché nella complessità dei processi storici ci sono ogni sempre a disposizione motivi per giustificare l’uso della forza, per fomentare conflitti, per allestire carneficine più o meno efficienti. Lo si diceva, l’egoismo umano è la nostra base antropologica, ineliminabile.

Ed è proprio per questo che la civiltà, avanzando e conoscendo la belva con la quale aveva da fare, aveva assunto degli impegni, gli hobbesiani impegni, per ripararsi da sé stessa, per limitare la sete di sangue che inestinguibilmente caratterizza la vita dell’uomo sull’infelice terra.

Bisogna prender atto che si è in una fase della storia in cui tutti i più primordiali istinti stanno riprendendo il sopravvento, con l’aggravante della molto incrementata capacità che abbiamo sviluppato di soddisfarli. C’è dunque da ritenere che quanto ha dichiarato la Presidente del Consiglio nella sua ultima conferenza stampa circa la necessità d’investire in armigeri abbia davvero ragioni storiche molteplici – ahinoi – tutte convergenti nel dar fondamento a quelle parole. 

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