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Il commercio di prossimità non deve imitare l’online

I saldi non funzionano più. Le strade dello shopping, un tempo cuore pulsante delle città, si svuotano

Il commercio di prossimità non deve imitare l’online

I saldi non funzionano più. Le strade dello shopping, un tempo cuore pulsante delle città, si svuotano. Secondo le principali associazioni di categoria, negli ultimi anni hanno chiuso migliaia di negozi di vicinato, con interi assi commerciali trasformati in una sequenza di serrande abbassate. Non è una crisi passeggera: è un cambiamento strutturale che sta ridisegnando il volto urbano delle nostre città, Napoli compresa.

Il consumatore non cerca più solo il prodotto, ma un’esperienza complessiva. E il negozio tradizionale, così com’è oggi, fatica sempre più a offrirla. A questo scenario già complesso si aggiungono due fattori che pesano come macigni: una pressione fiscale sproporzionata e canoni di locazione ormai scollegati dagli incassi reali.

Molti esercenti continuano a pagare tasse e affitti pensati per un mondo che non esiste più, mentre i margini si assottigliano e la concorrenza digitale erode ulteriormente la redditività. È una forbice che si stringe ogni anno di più, rendendo difficile programmare investimenti, innovazione, persino la semplice sopravvivenza.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: meno negozi, meno luce nelle strade, meno sicurezza, meno vita nei quartieri. La desertificazione commerciale non è solo un problema economico, ma anche sociale e urbano.

Eppure, il commercio di prossimità può ancora avere un futuro. Non competendo sul terreno dell’online, prezzo, assortimento e logistica sono battaglie perse, ma puntando su ciò che nessuna piattaforma potrà mai replicare: la relazione umana, la fiducia, il radicamento nel territorio. Il negozio deve tornare a essere un luogo, non soltanto un punto vendita. Uno spazio di incontro, di consulenza, di comunità.

Per riuscirci servono tre mosse.

La prima: trasformare l’esperienza d’acquisto. Non basta esporre merce; bisogna creare occasioni di partecipazione. Eventi, micro‑iniziative culturali, servizi personalizzati: tutto ciò che rende il negozio un presidio vivo del quartiere.

La seconda: integrare il digitale senza subirlo. Non serve diventare Amazon. Bastano strumenti semplici e coerenti con la prossimità: un catalogo essenziale, la prenotazione via WhatsApp, la consegna di zona, programmi di fidelizzazione digitali. Il negozio deve diventare “phygital”, mantenendo però un’anima profondamente umana.

La terza: fare rete. Da soli non si va lontano. Servono piattaforme di quartiere, campagne comuni, card condivise, iniziative coordinate. Il commercio di prossimità può sopravvivere solo come ecosistema.

Ma tutto questo rischia di non bastare senza un intervento strutturale. Serve una fiscalità che riconosca il valore sociale del negozio di vicinato e non lo tratti come un’impresa identica a chi opera esclusivamente online. E serve una revisione dei canoni commerciali, oggi spesso ancorati a rendite e consumi che non torneranno. Senza un riequilibrio tra costi fissi e ricavi reali, ogni innovazione rischia di essere inutile.

Il futuro del commercio non è tornare indietro. È andare avanti recuperando ciò che ci rende unici. Perché l’online può consegnare tutto, tranne una cosa: la sensazione di appartenere a una comunità.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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