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LETTERA AL DIRETTORE
15 Gennaio 2026 - 09:39
Stefano Zecchi
Gentile Direttore, leggo su “Il Giornale”, che con grande piacere viene allegato gratuitamente ogni giorno al “Roma”, come da tradizione familiare mai mancante dalle mie letture quotidiane, un bell’articolo del professor Stefano Zecchi dal titolo “Come salvare il Liceo Classico”.
Chi sia Stefano Zecchi credo lo sappiano in molti, soprattutto per le sue numerose apparizioni in programmi di intrattenimento televisivo. Non molti sanno, però, che il professor Zecchi ha frequentato il liceo classico “Marco Polo” a Venezia; si è laureato in filosofia all’Università degli Studi di Milano con 110/110 e lode e, già dal 1979, è diventato professore ordinario della cattedra di Filosofia Teoretica presso l’Università degli Studi di Padova. Ometto tutti i riconoscimenti e altri incarichi ricevuti dallo studioso, che ha insegnato perfino a Calcutta, in India.
La fonte da cui promana l’articolo, di cui nella mia premessa, è assolutamente di grande spessore. L’articolo del professore parte dall’amara constatazione della “fuga” dei nostri ragazzi dalle scuole classiche per la più facile scelta delle materie scientifiche o professionali.
“Nulla quaestio” su tale scelta, ma quello che è opinabile è la motivazione che ne è la fonte: il liceo classico è considerato dalla maggioranza delle famiglie un luogo di insegnamento tradizionalista, nostalgico del passato.
E così, mentre i “tifosi” del cosiddetto “moderno” hanno, nella pratica dello stesso linguaggio, emarginato quello colto, legato alle ataviche origini della nostra grande classicità, molte volte ridicolizzando un parlare forbito e preciso, si sta assistendo all’affermarsi di un linguaggio “spacciato” per pratico, sempre più corrispondente allo sviluppo della tecnica o tecnologia che ha pervaso il web, Internet, e sta mettendo l’Uomo in angolo, con la massiccia e incontrollata invasione dell’Intelligenza Artificiale, con espressioni ormai più “inglesiste” che italiane.
Si è giunti persino a “catturare” la voce di un singolo soggetto, per poi riprodurla tale e quale in un contesto di frasi mai dette o concetti mai espressi.
Le conseguenze di mistificazioni della realtà sono sotto gli occhi di tutti, così come la quantità enorme di messaggi e messaggini affidati nemmeno più ai sorpassati “call-center”, dove almeno trovavi una labile “giustificazione” per l’invadenza sulla privacy, pensando alle “povere” operatrici sottopagate, ma pur sempre percettrici di un salario. Oggi è tutto “automatizzato”, financo se sei tu ad aver bisogno di un operatore da consultare per un guasto nella tua stessa abitazione.
Tempo fa scrissi una “lettera al Direttore” su quanto avevo letto per alcune considerazioni del cantautore Roberto Vecchioni, più noto alle masse per le belle canzoni che sanno di vera poesia (chi non conosce “Samarcanda?”). Pochi, invece, sanno che Vecchioni è stato un professore di liceo classico, orgoglioso dei severi studi che ha dovuto affrontare. Memorabili le sue parole nella “lectio magistralis” che tenne nel liceo classico “Arnaldi” di Brescia: “Non ho paura di niente perché ho fatto il liceo classico. Chi lo frequenta sa tante cose, le uniche che servono nella vita”.
Finanche il professor Piergiorgio Odifreddi, illustre matematico, professore ordinario presso l’Università di Torino, con alle spalle studi medi di geometra, poi universitari di matematica, sempre a Torino, si lascia andare, malgrado il curriculum essenzialmente scientifico, a un’affermazione che dovrebbe far riflettere: “Lo studio dei classici fornisce gli strumenti per una comprensione più profonda dell’Essere Umano, preparando gli studenti ad affrontare le sfide della vita con maggiore consapevolezza”.
In pratica, l’illustre matematico mette a capo di tutto la formazione, che offre una solida base culturale e intellettuale, indispensabile per lo sviluppo del pensiero analitico e critico. Proprio questa funzione hanno gli studi classici, e io credo fermamente che in un prossimo futuro vi sarà bisogno di un’inversione di marcia.
L’Intelligenza Artificiale, modificando le nostre strategie di conoscenza, avrà bisogno di cultura umanistica per essere governata. Essa, infatti, ha bisogno, dalle fondamenta, delle millenarie civiltà della nostra terra. Sarà così che il “nostro” liceo classico sarà sempre di più un luogo di formazione “elitaria”, lasciando ad altri studi la “gestione” finale del sapere tecnologico, che ha sempre la sua origine nel nostro umanesimo.
A chi obietta che gli studi classici oggi sono solo una “fabbrica di disoccupati giovanili”, perché solo con successivi studi universitari si può trovare lavoro, mentre quelli scientifici danno da subito questa possibilità, mi piace obiettare con una storia vera ricordata dal grande Umberto Eco.
L’ingegner Adriano Olivetti, fondatore della prima fabbrica italiana di macchine da scrivere, assumeva non solo dei bravi tecnici (ingegneri o diplomati di scuole professionali), ma anche laureati in lettere classiche. Egli aveva capito “ante litteram” che gli servivano non solo bravi tecnici, in grado di disegnare, montare o riparare una macchina all’istante, ma anche intellettuali “immaginativi”, capaci di intuire come sarebbe andato il mondo il giorno dopo.
Ecco perché ritengo che ogni tipo di studio intrapreso sia buono e utile a se stessi e alla società, purché, però, sia studio serio e severo e non sia condizionato dal più immediato guadagno, qualora non necessitato da condizioni indigenti familiari. Un ghepardo può raggiungere in pochi secondi più di 120 km, ma solo per brevi tratti, poi si stanca.
Una formica, invece, può trasportare carichi per lunghi percorsi fino a 100 volte il suo peso. Riflettiamoci tutti. Ai giovani d’oggi e del domani dobbiamo offrire possibilità di scelta in base alle proprie tendenze culturali, giammai necessitate da condizioni economiche.
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