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lo straniero

Ricordo di un giovane professore all’Istituto francese di Napoli

Dominique Fernandez frequenta e ama Napoli da 70 anni

Ricordo di un giovane professore all’Istituto francese di Napoli

A volte un aneddoto insegna più di un saggio di filosofia perfettamente strutturato. La presente storiella nasce da un ricordo inciso nella memoria del grande autore francese Dominique Fernandez, che frequenta e ama Napoli da 70 anni. Me lo raccontò prima che ci separassimo, probabilmente per sempre, poiché né le preghiere né le minacce hanno alcun potere sul tempo. Per il suo primo impiego come professore, il giovane laureato fu assegnato a Napoli, all’Istituto francese. “Avevo visitato Napoli una sola volta prima di esservi nominato e non possedevo il prezioso filo d’Arianna che permette di orientarsi in questa città complicata.

A differenza di Firenze, Venezia o Milano, Napoli non si lascia afferrare dal primo venuto”, mi spiegò il mio amico come premessa al racconto delle sue future disavventure.
“Le giovani ragazze di buona famiglia frequentavano l’Istituto perché era visto come un passaggio nell’educazione delle giovani donne di buona famiglia; quasi fosse un rito di passaggio prima del matrimonio.” Quante volte oggi una o l’altra “contessa” mi ha detto di aver imparato la mia lingua in gioventù senza saperne dire due parole, come se fosse chiaro che non fosse quello il vero scopo di conoscerla.

“Dovevo correggere i compiti di recupero ai quali davo voti di 3 o 4 su 20, tanto erano scadenti”, proseguì lo scrittore. “Il direttore dell’Istituto, un certo signor Pasquier, mi convocò nel suo ufficio per farmi la ramanzina: Lei non capisce nulla: le giovani della sua classe appartengono a famiglie di spicco di Napoli, devono essere promosse. Alle peggiori attribuisca un 11. Può andare.” “Cominciava bene per il giovane francese imbevuto di democrazia”, commentò Fernandez, “ma ascolta ora il seguito delle mie piccole avventure come professore all’Istituto francese. Ogni lunedì dell’anno, nel tardo pomeriggio, si teneva una conferenza di carattere culturale davanti a un pubblico scarso e mezzo addormentato, perché spesso i contenuti erano alquanto noiosi. Poi venne il mio turno di tenere la conferenza! Poiché Roger Vailland aveva vinto il premio Goncourt, proposi il suo romanzo intitolato “La legge”.

Fidandosi del prestigio del premio, il signor Pasquier accettò senza averlo letto. Lui e il signor Fleury, il console generale, sedevano in prima fila davanti all’areopago di principesse, duchesse e grandi borghesi venute a scoprire il giovane che ero. Iniziai il mio racconto: Il promontorio del Gargano, dove si svolge la storia, concentra il mito del Sud, quasi feudale, chiuso su sé stesso, con i suoi inganni e le sue ipocrisie; i costumi tradizionali vi restano quasi intatti. È una società in cui le classi sociali si assimilano a caste stratificate dalla storia. “La Legge” è il nome di un gioco che si pratica laggiù in tutte le taverne. I perdenti ne subiscono le regole umilianti in una tensione estrema. Questo gioco di carte e di ruolo riflette la crudeltà che i giocatori sono costretti a sopportare nella loro vita quotidiana: una lotta implacabile in un mondo di ingiustizia e disuguaglianza, dove ogni gesto conta, sotto lo sguardo scrutatore e malevolo del villaggio, dove si parla spesso di onore a sproposito. In un simile microcosmo dal clima deleterio e dalla disoccupazione endemica, la reputazione conta più di quanto dovrebbe, poiché è soggetta a voci e pettegolezzi. I rancori vissuti nella realtà insaporiscono il gioco di carte: una forma di rivincita del povero sul ricco… a patto che sia il povero a vincere.

Preso dal mio intervento, non avevo notato come il signor Pasquier e il signor Fleury stessero impallidendo sulle loro sedie. Alla fine, non resistendo più, Pasquier venne sul palco a interrompermi. “Siamo abituati a lasciare libertà a tutti i nostri oratori, ma è evidente che questo è troppo giovane per rendersi conto che non si può dire tutto; sospendo la seduta!”.
Spense la luce, congedò il pubblico… e mi licenziò la mattina seguente.
Dalla sua disavventura all’Istituto francese, Dominique trasse le seguenti conclusioni:
- che le classi sociali a Napoli sono separate da una barriera impermeabile, come lo erano in Francia ai tempi dell’Antico Regime;
- che a Napoli, più che altrove, la semplice verità non ha diritto di cittadinanza quando mette in discussione la gerarchia sociale.
Riconobbe tuttavia:
- di aver conosciuto anche una Napoli diversa, molto più interessante e molto più generosa di questa “Napoli perbene”;
- che le cose possono essere cambiate dalla sua esperienza del 1958.
Vivendoci ogni giorno da più di cinque anni, posso affermare che l’impronta della vecchia società persiste più di quanto si creda. Il “Boston Consulting Group” sostiene che questa impronta è sepolta nei muri di ogni azienda, mentre Sigmund Freud la vede nell’inconscio di ogni individuo o di ogni società. La storia di Fernandez, di 68 anni fa, si avvicinerebbe dunque a quella della scrittrice americana Edith Wharton in “Viaggio in Marocco” del 1917. I meccanismi che animano le società oggi si vedono meno di un tempo perché meno manifesti, ma continuano ad agire, condizionandole e influenzandole.

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