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18 Gennaio 2026 - 09:20
Altro che sondaggio! Gli italiani hanno risposto in maniera massiccia (417mila euro) alla sottoscrizione de “la Verità” per il vicebrigadiere dei carabinieri Marroccella. Che, per aver difeso un collega, è stato condannato dal Tribunale di Brescia a 3 anni di reclusione, 5 d’interdizione dai pubblici uffici e al pagamento di una provvisionale di 125mila euro, da pagare immediatamente ai parenti del rapinatore, senza neanche attendere la sentenza definitiva della Cassazione. Una sorta di risarcimento per infortunio sul lavoro. Nello specifico, un’“eredità” che – la vittima della tentata rapina o l’agente di forza pubblica in servizio che dovessero intervenire in difesa di se stessi, dei propri familiari o di qualche collega e, malauguratamente, uccidere rapinatore o aggressore – devono ai loro parenti.
Forse sarebbe arrivato il momento di far piazza pulita di questi regali “per rapina mal riuscita”. Da subito, con un emendamento alla nuova legge sulla sicurezza per la “tolleranza zero” del ministro dell’Interno Piantedosi, la cui bozza è già in Parlamento per essere discussa ed approvata. Una legge che, manco a dirlo, non piace alla sinistra e prevede anche: l’eliminazione dell’iscrizione automatica nel registro degli indagati in presenza di cause giustificative di legittima difesa e adempimento di un dovere; l’uso legittimo delle armi e lo stato di necessità; il blocco delle scarcerazioni facili per le borseggiatrici; una stretta sulla vendita dei coltelli; perquisizioni a caso dopo le 23 nelle zone a rischio ed arresto per chi non si ferma ai posti di blocco; rimpatri più facili. Ovviamente, nella speranza che, una volta ottenuto il via libera delle aule, i magistrati le applichino – come detta la Costituzione – e non continuino a disapplicarle come avviene da quando a Palazzo Chigi sono arrivati Meloni e il governo di centrodestra.
Una risposta, quella dei cittadini alla richiesta di sostenere Marroccella, che rappresenta l’ennesima dimostrazione che gli italiani stanno – a differenza di qualche toga “colorata”, i signori del “no riforma”: Conte, Schlein, Landini & c., Anpi e collettivi vari – con le forze dell’ordine che li difendono e non con i criminali, che ne mettono a rischio la quotidianità, e chi li assolve. O come il gup del Tribunale di Brescia che ha derubricato l’accusa da stupro ad atti sessuali e condannato, con rito abbreviato, a soli 5 anni un 29enne bengalese che abusò, mettendola incinta, di una bambina di 10 anni, costretta ad abortire, in un centro per migranti di San Colombano in Val Trompia. Secondo i giudici, la ragazzina era consenziente. Di più: dovrebbe far squillare per le toghe un campanello d’allarme in vista del referendum confermativo della riforma della Giustizia e spingerli a rendersi conto che non bisogna confondere gli italiani veri con quella masnada di violenti che scendono in piazza per fare “casini”, perché convinti che aggredire le forze dell’ordine, sfasciare negozi e contestare il governo siano cose buone e giuste e, soprattutto, non punibili. Che, pure, si autodefiniscono progressisti, ma sono solo dei regressisti. Riescono sempre a stare dalla parte sbagliata.
Non ne azzeccano una, neanche per errore. E cercano – con bugie, mistificazioni, travisamenti della realtà, scelte di campo e “no” continui – di mettere in difficoltà l’esecutivo. Non a caso della necessità di riformare il sistema giudiziario, separare le carriere dei magistrati giudicanti dai pubblici ministeri e accelerare il tempo dei processi, i loro predecessori sono stati fautori per decenni. Ma erano altri tempi e altri leader, con valori e sentimenti – magari non condivisibili – ma di ben diverso spessore culturale, di cui quelli attuali sono totalmente privi. Per cui, non avendo alcunché da dire e da proporre, sfuggono a qualsiasi confronto o, se proprio devono farlo, parlano d’altro.
A questo punto, visto che questi signori e il sindacato dei giudici (Anm) non intendono in alcun modo rendersi conto della necessità di ravvedersi, chiudere con il passato e guardare al futuro, non ci resta che sperare che il “nuovo” nasca il 22 e 23 marzo dalle urne referendarie. Data cui il Capo dello Stato ha già detto “sì”, ma contro la quale i “signorNo” hanno pensato di ricorrere e chiedere al Tar del Lazio di spostarla almeno al 12 e 13 aprile. Slittamento che il Tar difficilmente accorderà, dal momento che ha già detto sì alle date proposte dal Governo e validate da Mattarella. Ma la risposta definitiva arriverà il 27 gennaio. C’è da chiedersi, però, se davvero – dopo i 100mila casi di malagiustizia dal 1992 ad oggi e il successo della sottoscrizione pro carabiniere Marroccella – pensano, in così poco tempo, di poter recuperare i 19 punti di svantaggio che, stando al sondaggio Emg per Tg3, li separano dal “sì”.
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