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La riflessione
18 Gennaio 2026 - 09:27
In una città dove immaginazione e fantasia sono pane e companatico quotidiani, lo “spirito di Napoli”, a chi non è addentro a tante cose, giova ricordarlo, può far pensare a molte altre cose. Per esempio anche a un “folletto”, a uno di quei fantasmi che, da sempre, si fanno aggirare in antichi e disabitati palazzi gentilizi per trarne esilaranti commedie e morali amare. No, lo “spirito”, appena citato, è tutt’altra cosa: è un prezioso “piano strategico”, una “road map” per la salvaguardia e la migliore fruizione del patrimonio culturale nella sua interezza. Stilato, codificato, un atto conclusivo dei lavori della Conferenza internazionale Unesco svoltasi a Napoli, nel novembre 2023, sulla “Protezione del Patrimonio Mondiale Culturale e Naturale”.
Una svolta innovativa, perché parte dalla indispensabile stretta relazione tra “natura, cultura, sia materiale che immateriale, e la creatività”. Insomma per concorrere a favorire un approccio “olistico”, ne riporto il testuale e “ostico” aggettivo del documento- cioè “onnicomprensivo” - per quanto attiene ogni discorso sul patrimonio culturale”. “Le comunità - se ne spiega la ragione -non percepiscono la divisione tra tangibile e intangibile, riguardola loro identità e diversità culturale”. Ora riflettendo sul valore di questo documento e rapportarlo all’attualità, mentre si stanno preparando le celebrazioni dell’VIII centenario del transito di San Francesco, suscitano stupore e rammarico il distacco, il disinteresse, diciamo pure, il silenzio delle istituzioni locali su un evento del genere.
Di notevole importanza religiosa e civile. Lasciato passare inosservato, un fatto irrispettoso per la collettività nel suo insieme, di una civiltà ultra millenaria, appena festeggiata con 2500 eventi e passa. Questo Santo, amato dal popolo con una spontaneità senza pari, ha lasciato nella nostra città testimonianze uniche della sua missione evangelizzatrice e una sconfinata iconografia. A cominciare da un dipinto molto significativo su tavola, che rappresenta l’atto fondativo dell’Ordine, la consegna della regola da parte di San Francesco ai frati minori e alle suore clarisse. All’origine era un polittico esposto in San Lorenzo Maggiore poi smembrato e ora al Museo di Capodimonte. Su tutto va però ricordato il periodo angioino, dei suoi sovrani devotissimi del Santo, che favorirono la costruzione di chiese e monasteri francescani: Santa Chiara, Sant’Eligio, la stessa Cattedrale.
Il Maschio Angioino fu costruito addirittura su un convento ai cui frati fu data in cambio l’area di Santa Maria La Nova. Non solo gli Angioini scelsero Santa Chiara, in seguito lo fecero anche i Borbone, considerandola la “Chiesa dei napoletani”: dove vi sono le spoglie di alcuni tra i re più amati. Tutto questo per dire che il monachesimo ha avuto un grande ruolo non solo nella capitale, ma in larga parte della nostra regione. I pionieri furono i monaci Basiliani, provenienti dall’Oriente che scelsero l’alto e il basso Cilento, poi i benedettini tra Salerno, Cava, Montevergine.
Un monachesimo che ha insegnato libertà dello spirito, il dominio sulla ricchezza e sull’impegno sociale, a eliminare l’odio mediante l’amore e il rispetto del prossimo, per la pacificazione delle anime e dei popoli, e anche una visione gioiosa della natura. Un passaggio del lungo documento dell’Unesco specifica che “bisogna promuoverelo sviluppo delle comunità, attraverso la salvaguardia e la fruizione di uno degli obiettivi strategici e prioritari nell’azione dell’Unesco, legato alla base delle stesse.
Che è impossibile pensare al patrimonio culturale senza pensare alle comunità, alle loro specifiche e uniche caratteristiche, ai diritti di cui esse sono portatrici”. Sarebbe auspicabile che questo documento, lo “spirito di Napoli”, invece di tenerlo custodito come una gelosa reliquia, venisse pubblicizzato nelle scuole, trasmesso alle varie associazioni culturali e divulgato. Diversamente si vanifica ogni buona intenzioni. Serve da parte delle istituzioni una coerente consequenziarietà nel realizzare ciò che si annuncia di fare ed è possibile fare e di non ridurre ogni promozione in un “chiasso sonoro” di piazza, con un autoelogio finale di chi comanda.
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