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L’INTERVENTO

L’Occidente impassibile di fronte alla mattanza iraniana

I macellai di Teheran hanno ucciso circa duemila dimostranti, mentre gli arrestati sarebbero decine di migliaia

L’Occidente impassibile di fronte alla mattanza iraniana

La mattanza iraniana va avanti da settimane. I macellai di Teheran hanno ucciso circa duemila dimostranti, secondo i dati forniti dalla Fondazione della Premio Nobel Narges Mohammadi (ancora detenuta), mentre gli arrestati sarebbero decine di migliaia.

Il Paese è in rivolta. Nel 2022 le manifestazioni delle giovani donne che si ribellavano all’imposizione del velo e chiedevano un minimo di libertà nei comportamenti pubblici portarono all’arresto ed all’assassinio della giovanissima Mahsa Amini nella fortezza carceraria di Evin. Il crimine fece scalpore in tutto mondo.

Poi la rivolta venne sedata ma sull’asfalto delle grandi città iraniane rimasero le impronte sanguinanti della violenza dei Guardiani della Rivoluzione e dei Basij, i massacratori agli ordini del delinquente Alì Khamenei, Guida spirituale del regime che, codardamente, negli ultimi tempi, si è rifugiato, tranne che per apparire nelle occasioni ufficiali, in un bunker inviolabile, a dimostrazione del suo coraggio.

La rivolta delle ragazze, cui si aggregò una consistente parte della popolazione, non finì in un mare di sangue, ma negli ultimi quattro anni ha vissuto sotto traccia fino a riesplodere nel dicembre scorso con motivazioni condivise dalla maggioranza degli iraniani: la mancanza della libertà, l’accentuarsi delle persecuzioni, la povertà a cui gli ayatollah hanno ridotto il Paese per spostare ingenti risorse  nella velleitaria costruzione dell’arsenale atomico che dovrebbe far tremare il mondo.

Oggi l’opposizione ai mullah non è costituita da sparute minoranze prive di organizzazione che ritengono di rovesciare il regime come pure hanno tentato nel passato. C’è un popolo in rivolta che non sarà facile domare; un popolo che si para a mani nude davanti ai carnefici facendo ben intendere di aver messo da parte paure e flagellazioni continue.

Sfida la morte, anzi ad essa sembra affidarsi per sollevare quanto più possibile, dalle grandi città fino ai più piccoli centri, le coscienze incerte o sopite mettendo davanti al mondo i corpi straziati di chi chiede l’elemosina delle armi letali, in primis alla Russia di Vladimir Putin, per arginare o addirittura salvare il salvabile del regime criminale instaurato nel 1979 dal losco figuro che tornava trionfante a Teheran dopo il lungo esilio parigino: Ruollah Komeini, il grande capo di una setta criminale che non perse molto tempo a mettere l’Iran a ferro e fuoco, prima con la strategia dell’appeasament e del finto moderatismo, poi, una volta consolidato il potere, con i suoi seguaci e l’ingenuo comportamento dello Scià Reza Pahlavi, diede vita alla strategia del terrore che dura da quarantasette anni.

I “figli” del komeinismo hanno consolidato le basi del sistema fino ad oggi: i “moderati” sono stati messi da parte, chi ha provato a ribellarsi non è morto nel suo letto. Davanti allo scempio iraniano sta purtroppo un Occidente attonito e disinteressato. Le classi politiche sembrano incuranti, a parte gli Stati Uniti e Israele (nemico mortale degli ayatollah), nessun governo ritiene di scagliarsi duramente e platealmente contro il grande massacro in atto in Iran.

E quel che maggiormente sorprende sono i giovani ad essere interessati: non una manifestazione, non un grido di dolore, non una levata di scudi, neppure un assembramento scolastico  per chi muore o è perseguitato a Teheran, a Isfahan, a Shiraz, a Qom, a Bam e perfino nei luoghi più sacri dell’Islam. Si invoca la libertà per Maduro, ma non per quanti vengono privati della vita e della libertà. E’ scandaloso come in Occidente non ci si mobiliti per un popolo che soffre e che è erede di una delle più grandi civiltà.

Cosa accadrà nelle prossime settimane? C’è chi dice che il regime ha i giorni contati. Ci credo poco se il mondo libero non si mobilita facendo crescere in tutti gli iraniani una speranza ed una coscienza civile. Secondo l’intellettuale ed economista persiana (come ama definirsi) Nilufar Amir Djafari Rezaieh in Iran occorre una “rivoluzione culturale” nel senso che  “intendo che una rivoluzione politica, senza un cambiamento profondo delle coscienze, rischia di essere solo un cambio di potere.

Il regime si regge anche su una cultura interiorizzata di obbedienza e controllo imposta e alimentata dagli ayatollah: una struttura invisibile che plasma l’educazione, il rapporto con l’autorità e soprattutto il ruolo delle donne. Smantellare questa cultura, attraverso la libertà di pensiero e una nuova consapevolezza collettiva, è l’unico modo perché un vero cambiamento in Iran possa essere duraturo” (AdHoc News, 12.1.2026).

Difficile non essere d’accordo. Come è impossibile che il sogno sanguinoso degli iraniani non venga spezzato se l’Occidente non farà la sua parte.

Comunque il regime, per quanto violento, vive una drammatica crisi interna. Gruppi di potere si fanno la guerra e, per quanto uniti nello stroncare la rivolta, sono già in fermento per la successione a Khamenei, vecchio e malato. Sul Corriere della sera (12.1.2026) Guido Olimpio ha scritto che gli “ esperti, dopo aver messo in guardia sulla disinformazione e le notizie inverificabili, concordano su una lenta decomposizione della Repubblica, con una situazione senza precedenti, ma sottolineano anche come i mullah abbiano sempre una loro base in una parte della società”.

Ed ha aggiunto che “Karim Sadjadpour su Atlantic ricorda cinque punti che possono portare a un collasso totale di un regime: crisi monetaria, élite divisa, un’opposizione vasta, una narrativa convincente di resistenza, un momento internazionale favorevole. A suo giudizio questi parametri sono davanti ai nostri occhi, nelle strade di Teheran e delle altre località in rivolta”.

Dovrebbe bastare, a meno che i pochi, ma potenti amici dell’Iran non soccorrano il regime moribondo e la rivolta non venga spenta come in altre occasioni. O questa volta o mai più, insomma, per scacciare Satana dall’antica Persia.

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