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La riflessione
20 Gennaio 2026 - 10:30
L’omicidio avvenuto a scuola a La Spezia non è solo un fatto di cronaca nera. È una ferita collettiva. È il punto di rottura di un sistema che da tempo mostra crepe profonde e che troppo spesso preferiamo ignorare, minimizzare, rinviare. Quando la violenza entra a scuola, non arriva mai all’improvviso: viene da lontano, cresce lentamente, si nutre di silenzi, di assenze educative, di segnali trascurati. La scuola, per definizione, dovrebbe essere il primo presidio di civiltà, il luogo dove si impara a stare al mondo prima ancora che a studiare. Eppure oggi, sempre più spesso, diventa lo specchio di una società che ha smesso di educare al limite, alla responsabilità, al rispetto della vita. La violenza non nasce in un giorno. Ogni atto estremo è preceduto da una lunga storia invisibile.
La violenza giovanile non esplode senza preavviso: si manifesta prima nei linguaggi aggressivi, nell’incapacità di gestire la frustrazione, nella svalutazione dell’altro, nella convinzione che tutto sia lecito pur di affermare sé stessi. In molte scuole si convive quotidianamente con micro-violenze normalizzate: insulti, minacce, umiliazioni, bullismo fisico e digitale. Quando queste dinamiche non vengono riconosciute e affrontate, diventano terreno fertile per derive sempre più gravi. Il fatto di La Spezia ci costringe a guardare ciò che spesso non vogliamo vedere: la violenza non è un incidente, è un processo, con adultistanchi e ragazzi senza confini.
C’è una responsabilità adulta che non può essere elusa. Negli ultimi anni abbiamo confuso l’educare con il compiacere, l’autorevolezza con l’autoritarismo, il limite con la repressione. Il risultato è una generazione spesso lasciata sola di fronte alle proprie emozioni più complesse. Molti ragazzi non sanno più attendere, tollerare un rifiuto, elaborare una sconfitta. Non perché siano “cattivi”, ma perché nessuno ha insegnato loro che il conflitto fa parte della vita e che la violenza non è mai una risposta accettabile. Quando gli adulti rinunciano al loro ruolo educativo, i giovani cercano confini altrove, talvolta nel modo più distruttivo. Chiedere alla scuola di prevenire tutto è ingiusto e inefficace. La scuola può educare, intercettare segnali, costruire relazioni significative, ma non può sostituirsi alla famiglia, ai servizi, alla comunità educante. Serve un’alleanza vera, non solo dichiarata.
Il dramma di La Spezia ci interroga su quanto investiamo davvero nella prevenzione: nello sportello psicologico, nella formazione emotiva, nell’educazione alla gestione della rabbia, nel supporto agli insegnanti spesso lasciati soli ad affrontare situazioni complesse. Telecamere e controlli non educano. Educare significa restituire valore alla parola, al dialogo, alla responsabilità delle scelte. Significa insegnare che ogni gesto ha conseguenze e che la vita dell’altro non è mai un ostacolo da rimuovere. Il dolore che arriva da La Spezia non deve trasformarsi in paura paralizzante, ma in un’assunzione collettiva di responsabilità.
Perché una scuola violenta non nasce dai ragazzi: nasce da una società che ha smesso di prendersi cura del loro futuro. La violenza a scuola non è un’emergenza improvvisa, è un fallimento educativo che matura nel tempo. Riconoscerlo fa male, ma è l’unico modo per evitare che tragedie come quella di Macerata diventino, un giorno, “normalità”. Educare è un atto lento, faticoso, spesso impopolare. Ma è l’unico antidoto reale alla violenza.
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