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L’INTERVENTO
23 Gennaio 2026 - 08:01
I nuovi “cattivi maestri” sono quella cerchia elitaria, subdola e profondamente ideologizzata che, anziché servire la verità e il bene comune, si erge a casta di illuminati il cui unico scopo è tentare di condizionare l’opinione pubblica. Non sono semplici critici o oppositori del governo in carica, ruolo sacrosanto in una democrazia.
Sono spesso manipolatori che si ritengono investiti di una superiore missione, architetti di narrazioni tossiche che seminano odio e sfiducia sistematica. Sono alchimisti all’incontrario, capaci di trasformare ogni risultato in fallimento, ogni riforma in una minaccia, ogni parola del Governo, anche la più semplice e banale, in una menzogna da smascherare. La loro cattedra non è una sola: è un pulpito multiplo e interconnesso da cui viene diffuso il verbo della discordia.
Sono bravi nell’imbastire ogni giorno un nuovo processo mediatico in cui la professionalità diventa una opzione, il sensazionalismo una religione, l’allarmismo una routine. L’informazione viene selezionata, ritagliata, spinta fino alla torsione, pur di veicolare il messaggio unico: tutto ciò che viene da chi è attualmente al governo della cosa pubblica è sbagliato o pericoloso e, nella migliore delle ipotesi, frutto di incompetenza.
Le falsità di questo cerchio magico dei soliti noti, quando non sono plateali, diventano, così, omissioni studiate; le bugie si trasformano in "rivelazioni", le menzogne in "inchieste". L’obiettivo non è più raccontare, ma controllare il flusso del consenso avvelenandolo alla fonte e, spesso, non è informare, ma tentare di condizionare.
A volte i cattivi maestri pontificano dalle cattedre universitarie, spesso occupando ruoli apicali in quelli che sono templi del pensiero critico e libero e non camere di amplificazione della loro ideologia e invece di formare menti tentano di indottrinarle, esasperando gli animi.
Gettano benzina dove sanno che il fuoco può attecchire con più facilità e trasformarsi in un rogo permanente di proteste fini a sé stesse, affinché dal fumo della conflittualità continua emerga più facilmente la loro figura di “guru” di un certo pensiero assolutista e ideologizzato, di intellettuali “engagé”, unici depositari di una verità superiore.
La metastasi prosegue nelle sigle sindacali più estremiste, dove il sindacalismo è diventato soltanto un’arma politica, un megafono per agitare gli animi e sfruttare la protesta, orientandola a proprio vantaggio. Gli scioperi non sono più, allora, uno strumento di carattere rivendicativo, ma diventano un rituale di opposizione sistematica e i lavoratori disposti a seguire tali sigle vengono trasformati in pedine da utilizzare in una battaglia il cui fine non è migliorare le loro vite, ma minare l’autorità e l’autorevolezza di chi ci governa.
È avvilente, poi, avvertire l’ombra lunga di certi cattivi maestri aggirarsi persino in alcune correnti della Magistratura, laddove il solido manto di imparzialità assoluta che caratterizza la gran parte e sana dei componenti di questa Istituzione viene spesso lacerato e all’uso o dall’abuso di narrazioni parallele che mirano a contestare legittime scelte politiche e ad avallare con indagini a orologeria, dichiarazioni fuori luogo e quant’altro ci tocca vedere, il contemporaneo fuoco di fila mediatico dei cattivi maestri dell’informazione.
È una cosa molto brutta, insomma, quando al confronto delle idee si antepone la guerra di “religione”, al dibattito il linciaggio politico, alla fiducia nelle istituzioni una sorta di cinismo distruttivo e di allegra e sconsiderata danza degli autoreferenziali “intoccabili” di sempre. È una cosa brutta perché la posta in gioco non è la fiducia in un governo, ma la salute stessa della nostra democrazia.
Il silenzio su questi fatti oggettivi, dunque, rischia di alimentarli “ad libitum”. E allora la denuncia forte di uno stato delle cose oramai diventato intollerabile è l’unico disinfettante possibile. Usiamolo, prima che l’incendio che i “cattivi maestri” alimentano ogni santo giorno diventi davvero il rogo della libertà e lo strumento perverso per il ritorno al pensiero unico.
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