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la riflessione

Il ruolo del genitore tra empatia e autorevolezza

La necessità di ritrovare l’asimmetria pedagogica e il valore del “No”

Il ruolo del genitore tra empatia e autorevolezza

Nell’osservazione quotidiana del mio lavoro di pedagogista, mi imbatto sempre più spesso in un mutamento profondo che sta ridisegnando il volto della famiglia. Si osserva sempre più spesso un'inversione di ruoli silenziosa: l'adulto non è più colui che traccia la rotta, ma un negoziatore instabile che sembra quasi attendere il permesso del figlio per esercitare la propria funzione. Questa dinamica delinea una vera e propria "crisi dell'adultità", dove il sano confine tra l'empatia e la collusione è diventato pericolosamente sottile. Educare, oggi, sembra essere diventato un esercizio di equilibrismo nel tentativo costante di non scontentare i più piccoli, dimenticando che il ruolo dell'adulto richiede, per sua natura, una sana e necessaria asimmetria.
Il problema centrale risiede in una sorta di fragilità emotiva dell’adulto: molti genitori vivono oggi nel terrore di non essere approvati dai propri figli. Si teme il conflitto, si teme il pianto, si teme soprattutto di incrinare un rapporto che si vorrebbe sempre armonioso. È in questa crepa che si infila il desiderio di porsi come loro "amici". Ma i più giovani hanno già i coetanei per questo; dimentichiamo spesso che chi sta crescendo ha bisogno di un genitore capace di reggere l’urto del suo dissenso, non di un complice che lo assecondi.
Questa fragilità adulta si rifugia spesso dietro alibi moderni. La frase «non controllo il cellulare di mio figlio per rispetto della sua privacy» è, in molti casi, la maschera dietro cui si nasconde l'incapacità di gestire lo scontro. Un minore non ha bisogno di una libertà assoluta e priva di monitoraggio, ma di una guida che lo accompagni in un mondo digitale complesso e ricco di insidie. La protezione, in questo caso, è un dovere educativo che viene prima di ogni concetto di riservatezza. La vigilanza non è una violazione della libertà, è un dovere di cura: delegarla significa lasciare i ragazzi soli davanti a complessità emotive che non hanno ancora gli strumenti per decodificare.
I figli hanno un bisogno vitale di punti di riferimento stabili. Questa stabilità non dipende dalla forma della famiglia — che i genitori siano uniti o separati poco importa ai fini educativi — ma dalla loro capacità di restare figure autorevoli. L'autorevolezza non si conquista con le grida o con le imposizioni autoritarie di un tempo, ma con la coerenza e la capacità di reggere il peso del dissenso del figlio.
Il "No" pedagogico, pronunciato con fermezza e senza sensi di colpa, è l'atto d'amore più alto. È il perimetro necessario entro cui un bambino può sentirsi al sicuro, protetto da un'onnipotenza che, se lasciata senza limiti, genera solo ansia e vertigine Educare significa, etimologicamente, ex-ducere, ovvero "trarre fuori". Ma per trarre fuori il potenziale di un giovane, serve un adulto che sappia stare un passo avanti, indicando la strada con amorevole fermezza. Ritrovare il coraggio di essere adulti significa accettare di essere, a volte, impopolari, sapendo che è proprio in quegli istanti di fermezza che stiamo costruendo le radici della loro sicurezza futura.

*pedagogista

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