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L’OPINIONE

Gli adulti hanno smesso di fare da argine, da maestri dell’attesa

C’è un tratto sempre più evidente nelle nuove generazioni: l’incapacità di aspettare

Gli adulti hanno smesso di fare da argine, da maestri dell’attesa

C’è un tratto sempre più evidente nelle nuove generazioni: l’incapacità di aspettare. Non aspettare una risposta, un risultato, un desiderio che maturi. Non aspettare il proprio turno, il tempo giusto, la fatica necessaria. Tutto deve accadere subito, ora, senza passaggi intermedi.

Ma ridurre questo fenomeno a una colpa dei ragazzi è un errore comodo e, soprattutto, miope. L’impazienza non nasce nel vuoto. Si impara. O meglio: si eredita. I ragazzi di oggi crescono in un mondo che ha dichiarato guerra al tempo. Un tempo lento, educativo, fatto di attesa e di limiti.

Vivono immersi in una cultura dell’immediatezza: contenuti on demand, risposte istantanee, gratificazioni continue. Ma il problema non è la tecnologia in sé. Il problema è che gli adulti hanno smesso di fare da argine, da traduttori del tempo, da maestri dell’attesa.

Un tempo l’educazione insegnava che non tutto è subito disponibile. Che il desiderio ha bisogno di maturare. Che la frustrazione non è un trauma, ma un passaggio necessario per crescere. Oggi, invece, molti adulti temono l’attesa più dei ragazzi stessi. Anticipano, facilitano, rimuovono ostacoli.

Riempiono ogni vuoto, ogni silenzio, ogni no. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: ragazzi che si sentono persi davanti a una difficoltà, disorientati di fronte a un rifiuto, fragili quando il mondo non risponde immediatamente alle loro aspettative. Non perché siano deboli, ma perché non sono stati allenati al tempo.

Aspettare non è una competenza naturale. È una conquista educativa. Si impara quando qualcuno ci insegna che il tempo non è un nemico, ma uno spazio di crescita. Quando un adulto sa dire: “Non ora”, “Non subito”, “Devi provarci ancora”. Oggi, invece, molti genitori e educatori temono di sembrare autoritari, rigidi, fuori moda.

Così rinunciano a insegnare il tempo per paura di perdere consenso. Ma un adulto che vuole essere sempre amato finisce per essere poco educativo. La verità scomoda è questa: non sono i ragazzi ad aver perso la capacità di aspettare, sono gli adulti ad aver perso il coraggio di insegnarla.

Hanno scambiato l’educazione con la semplificazione, l’ascolto con l’accondiscendenza, il rispetto con l’assenza di regole. Eppure il tempo è uno dei più grandi strumenti educativi. Insegna il limite, la pazienza, la resilienza. Insegna che non tutto dipende da noi, che non tutto è controllabile, che alcune cose richiedono dedizione e continuità.

Senza questo apprendimento, i ragazzi crescono con un’illusione pericolosa: che la vita debba sempre adeguarsi ai loro tempi. Quando poi il mondo reale presenta il conto — un fallimento, un’attesa, una delusione — lo shock è violento. E spesso lo chiamiamo disagio, ansia, fragilità, senza chiederci quale educazione al tempo sia mancata prima. Recuperare il valore dell’attesa non significa tornare a modelli autoritari o punitivi.

Significa restituire all’educazione la sua funzione più alta: preparare alla vita, non proteggerne dall’esperienza. Significa aiutare i ragazzi a tollerare la frustrazione, a stare nel desiderio, a costruire invece di consumare. Insegnare il tempo è un atto di responsabilità adulta.

E forse è proprio da qui che dovremmo ripartire: dal coraggio di essere adulti, anche quando è scomodo, anche quando richiede di andare controcorrente. Perché senza attesa non c’è crescita. E senza adulti capaci di insegnare il tempo, i ragazzi resteranno prigionieri dell’istante.

*Pedagogista clinico, giuridico e famigliare 

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