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24 Gennaio 2026 - 09:41
In Italia continuiamo a cullarci in una narrazione rassicurante: l’idea che il turismo possa essere il motore del nostro futuro. Siamo convinti che il clima, il patrimonio storico e l’ospitalità costituiscano una rendita naturale inesauribile, capace di garantire crescita e benessere.
È una visione seducente, ma economicamente pericolosa. I dati lo mostrano con estrema chiarezza: nel 2023 il valore aggiunto per addetto nel settore turistico italiano è stato di circa 27,8mila euro, a fronte di una media nazionale di 63,2mila euro. Il turismo si conferma così il comparto con la produttività più bassa tra quelli considerati, distante anni luce da industria, farmaceutica, ICT o ricerca.
Non si tratta di un dettaglio tecnico, poiché la produttività è il termometro che misura quanta ricchezza reale produce un lavoratore: da essa dipendono i salari, il gettito fiscale e la tenuta stessa dello Stato sociale. Il confronto internazionale è in tal senso istruttivo.
La Spagna, spesso citata come modello di successo, mostra una struttura simile alla nostra, ma Madrid ne è consapevole e ha progressivamente affiancato alla ricezione politiche industriali mirate, attrazione di capitali e un rafforzamento dell’ecosistema tecnologico, riducendo il rischio di una dipendenza esclusiva.
La Francia resta il primo Paese al mondo per arrivi, ma il turismo non è affatto il perno della sua crescita, che rimane saldamente ancorata alle filiere dell’aerospazio, dell’energia e dei servizi ad alta qualificazione. Il caso più eloquente è però la Germania, dove il turismo ha un ruolo quasi marginale: l’economia tedesca si fonda su manifattura avanzata e integrazione tra ricerca e impresa, ed è per questo che il suo valore aggiunto per addetto è stabilmente superiore al nostro. Il punto, allora, non è stabilire se il turismo sia “buono” o “cattivo”.
È un settore utile, che crea occupazione e valorizza i territori, ma è strutturalmente limitato da una bassa capacità di generare innovazione e da una forte stagionalità. Confondere la visibilità di piazze affollate e alberghi pieni con la solidità economica significa scambiare il sintomo per la cura.
Napoli incarna questa tensione meglio di qualunque altra città: il boom turistico è reale e benefico, ma nessuna metropoli europea ha mai colmato ritardi storici affidandosi esclusivamente alla pur nobile arte dell'accoglienza. Senza investimenti massicci nell'industria avanzata e nell'export, nel capitale umano, nell'università, nei settori ad alto valore, il turismo resta un supporto, non un motore.
Tanti sforzi compiuti a Napoli negli ultimi anni vanno fortunatamente in questa direzione, ma la sfida resta aperta. Se l’obiettivo è una crescita stabile, la strada passa necessariamente da competenze e innovazione. Il turismo può accompagnare questo percorso, ma non potrà mai sostituirlo.
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