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La riflessione

Il vero nodo del voto è il sorteggio nel Csm

La posta in gioco è il governo della Magistratura

Il vero nodo del voto è il sorteggio nel Csm

Più i giorni trascorrono, più si rende chiaro che la vera posta in gioco nella battaglia referendaria non è affatto nella separazione delle carriere tra pubblico ministero e organo giudicante, bensì neltemutissimo sorteggio dei magistrati chiamati a comporre il Consiglio superiore della magistratura. Non che la separazione non infastidisca i nostri giudici; tutt’altro. Quella commistione tra giudicante e requirente torna comoda sotto molti profili, tutti ben descritti nell’ultimo libro del ministro Carlo Nordio, Una nuova giustizia, un volume da leggere per la completezza e  lucidità d’analisi.

Ma non è su questo che desidero fermarmi. La posta in gioco è il governo della Magistratura, attraverso l’azione del suo sistema di potere – concentrato nella dialettica tra le correnti dell’Associazione nazionale magistrati – che, eleggendo i componenti del Csm, ha il dominio sulle carriere dei magistrati e sulla distribuzione tra loro delle più influenti cariche. La scorsa settimana, il nostro Procuratore della Repubblica, il dr. Nicola Gratteri, è giunto addirittura a minacciare denunce nei confronti di chi avesse utilizzato un suo intervento d’un paio d’anni fa, nel corso del quale prendeva posizione a favore del sorteggio nell’elezione dei componenti del Csm. Ed ha dovuto farsi carico di giustificare quella oggi rinnegata scelta, attraverso una serie d’alquanto sottili distinzioni tra il suo dire d’allora e l’attuale riforma costituzionale.

Ma non c’è dubbio che è proprio la questione del sorteggio ad urticare oltre ogni segno la magistratura più intraprendente sul piano dell’associazionismo. Il gioco è assai semplice: attraverso le intese correntizie, si eleggono i due terzi (i togati) del Csm; successivamente, costoro, elevati in base agli accordi suddetti, si comportano di conseguenza, come molteplici prove possono dimostrare, soprattutto quelle relative alle votazioni perle cariche più rilevanti della magistratura, per le quali il costante ricorrere degli allineamenti – e gli scambi nei voti – sono noti a tutti. In un nuovo libro di recente pubblicato dal noto dr. Luca Palamara, ancora una volta in proficuo colloquio con il giornalista Alessandro Sallusti, lo sperimentato ex magistrato – già capro espiatorio delle nequizie del sistema – si è prodotto in un’efficacissima definizione delle dinamiche correntizie. Le ha qualificate ‘ecosistema’.

Così ha spiegato la cosa: «È un sistema che difende i suoi organismi più importanti e rappresentativi. Appartenere a una corrente, per un magistrato, è garanzia di sopravvivenza, è una rete di protezione reciproca. Chi appartiene a una corrente ha dirigenti che ne sostengono la carriera, consiglieri al Csm che ne difendono le scelte, ha colleghi pronti a minimizzare i suoi errori, ha un apparato mediatico che ne amplifica i meriti e ne riduce le criticità». In altre parole, l’abbinata Anm/Csm è in grado di condizionare in modo serio la funzione del secondo, indirizzandone, sulla base delle appartenenze correntizie – che sono i mezzi di suddivisione del potere e delle risorse all’interno della magistratura – quasi ogni decisione, con la conseguenza che non è il merito delle vicende decise dal Csm, bensì l’appartenenza a quelle organizzazioni o sott’organizzazioni a fare il bello ed il cattivo tempo.

Ora, come si faccia a difendere un meccanismo di tal sorta, ad un comune mortale non è dato comprendere. A meno di non voler ritenere che queste strenue difese dipendano dalla volontà di perpetuare un sistema di potere che fa non poco comodo a chi lo detiene e non poco però danneggia ad un tempo la funzione giudiziaria. I nostri più attivi giudici non fanno che rivendicare la loro autonomia ed indipendenza, non fanno che lanciare appelli alla costituzione e strali al ministro della Giustizia ed al Governo tutto per avere attentato ad uno dei più sacri valori repubblicani. Ed è vero, che l’indipendenza per chi deve giudicare costituisce una condizione imprescindibile perché l’imparzialità della decisione sia garantita. È ovvio, infatti, che se al momento della scelta il giudice non debba solo dover rispondere alla propria coscienza ed alla capacità tecnica di leggere con competenza nelle leggi e nei fatti da vagliare sulla scorta di esse, un po’ tutto va in malora: perché dietro le pagine della decisione, apparentemente intestata alla Repubblica italiana e sotto le toghe che ancora rivestono simbolicamente il corpo dei giudici, potrebbe nascondersi la gorgone del potere, insomma l’abuso che strumentalizza la giustizia per fini deviati.

Ma se questo è vero, non  è men vero che il potere non è solo quello politico, bensì ogni fonte d’influenza in grado di condizionare il comportamento altrui, in questo caso quello dei giudici e dei pubblici ministeri, magari decidendo di perseguitare qualcuno sommergendolo di processi, anche di qualche centinaio di processi, non perché colpevole, bensì solo per impedirgli d’agire o per distruggerlo. Ora, questo potere può essere esterno all’ordine giudiziario, ma nulla esclude possa annidarsi anche all’interno dell’ordine stesso, magari proprio in quell’ecosistema di correnti che, governando l’organo di cosiddetto autogoverno, condiziona i singoli giudici e pubblici ministeri, facendo leva sulle loro legittime aspettative di carriera e su parecchio d’altro: carriera e altro, che sonocertamente nelle mani delle decisioni del Csm, che è a sua volta nelle mani dell’Anm.

Resta un gran dilemma: com’è possibile che soggetti i quali dichiarano da mane a sera assai impensieriti dell’indipendenza della magistratura – che si risolve in un mero esercizio retorico, se non si realizza nell’indipendenza dei singoli magistrati da orchestrate influenze esterne alla loro volontà – non si pongano il problema che lo scandalo dell’attività correntizia, allo stato inestirpabile ed inestirpato, sia la forma storicamente più vissuta e sperimentata della vita giudiziaria? Com’è possibile che costoro temano a tal punto d’essere sottoposti al potere politico (peraltro la riforma non lo fa per nulla), ma non facciano una piega rispetto al gravissimo, evidente sistema di condizionamento che è invece quello che ha effettivamente caratterizzato la vicenda storica della magistratura italiana negli ultimi quaranta anni, vale a dire l’ecosistema delle correnti? In qualche prossima puntata, forse ci cimenteremo per scoprire l’arcano.

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