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IL NOSTRO POSTO
28 Gennaio 2026 - 10:06
Più che una storia di giustizia, quella della “famiglia del bosco”, giorno dopo giorno, assomiglia sempre di più ad un calvario, fatto di inutili tormenti e cavillose negazioni.
Emblematico di una gestione processuale tanto arrogante e superficiale quanto feroce e disumana l’ultimo avvenimento: la famosa perizia psichiatrica voluta dal Tribunale per i minorenni dell'Aquila per stabilire la “capacità genitoriale” dei genitori anglo-australiani della bimba di otto anni e dei due gemelli di sei, dal 20 novembre scorso collocati in una “casa famiglia”, è stata rinviata all’ultimo momento.
Motivo? I giudici si sono dimenticati di sostituire con un altro traduttore l’interprete incaricato in precedenza, di cui tra l’altro non è stata chiarita la causa dell’indisponibilità… Chiunque può sbagliare, certo, ma è difficile non restare allibiti.
Ed è difficile che il cittadino non pensi che, se questo accade in una vicenda giudiziaria sotto tutti i riflettori mediatici del Paese da mesi, figuriamoci cosa può accadere nella normalità dei casi. Anche perché in questa storia quello che davvero sembra mancare sono soprattutto il buonsenso e l’umanità.
Basti pensare che la madre, pur vivendo nella stessa struttura dei figli, può vederli solo 3 volte al giorno e per un periodo molto limitato, mentre il padre addirittura li può incontrare soltanto 3 volte la settimana, guardato a vista, come se fosse un pericoloso criminale.
A Natale poi, per misteriose quanto indecenti considerazioni, al padre è stato persino negato il diritto di pranzare con la sua famiglia. Senza considerare che la decisione di strappare i figli a genitori, forse eccentrici, ma che certamente li amano (come dimostrato anche dalla battaglia che stanno conducendo), è stata presa dopo sole 5 visite degli assistenti sociali, diluite in 15 mesi, senza interpreti e scandite da un clima quasi da “Ice”: per ben 2 volte erano presenti anche le forze dell’ordine, immaginatevi la serenità di questi incontri.
Se dunque questo è il criterio con il quale chi rappresenta lo Stato e amministra la giustizia intende tutelare dei bimbi e preservare il loro sviluppo sano e sereno, c’è solo da rimanere sconcertati. Come francamente resto stupito di fronte alla levata di scudi dell’Anm - l’Associazione dei magistrati - che si è mobilitata in difesa dell’operato del tribunale abruzzese nel nome della indipendenza e dell’autonomia dei giudici.
Lasciatemelo dire: non c’è precetto costituzionale più vilipeso dall’uso concreto che in tanti ne hanno fatto… Difficile non pensare piuttosto che l’esigenza di una difesa corporativa abbia travolto ogni serena valutazione sul merito di una gestione sia degli aspetti socio-assistenziali sia di quelli processuali che fa acqua da tutte le parti. Se però davvero così è, i rappresentanti della magistratura organizzata non si devono lamentare del fatto che la popolarità della loro categoria è ormai ai minimi storici tra i cittadini.
Anche perché in quest’occasione sta venendo fuori un’altra verità finora nota soltanto agli addetti ai lavori e a coloro che ci sono capitati. Quello della giustizia minorile e degli affidamenti è un altro grande business: il “giro d’affari” documentato oscilla tra 1 e 2 miliardi di euro che finiscono in un gigantesco vortice di costi per alloggi, assistenti sociali, periti, consulenti, curatori, e così via.
Per esempio qualcuno si è preso la briga di fare 2 conti sui costi della vicenda della famiglia del bosco: sapete, euro più, euro meno, quanto finora è costata agli italiani questa muscolare prova del tribunale? Ventimila euro in meno di 3 mesi soltanto per il mantenimento di madre e figli nella “struttura protetta”: se li mettevano in un hotel a 5 stelle di Cortina si spendeva meno…
In definitiva, la vicenda della famiglia del bosco si sta rivelando come l’ennesima, plastica, rappresentazione di come non dovrebbe essere amministrata la giustizia in un Paese civile: un sistema costellato di anomalie e di corto circuiti.
Un sistema che rischia ulteriormente di far perdere al cittadino la fiducia di poter contare su una sentenza giusta, che gli impedisce di percepire il giudice e la magistratura in generale, come i primi difensori dell’altissimo principio di giustizia, trasformandoli ai loro occhi in burocrati che, nella migliore delle ipotesi, applicano ciecamente la legge, spesso a discapito proprio di chi dovrebbe essere maggiormente tutelato.
Restando ancora su questa storia, sento però di dover fare un’ultima considerazione. Tutti ci auguriamo che, il più presto possibile, questa famiglia possa finalmente ricongiungersi. Ma chi restituirà ai genitori e ai tre piccoli la serenità, la stabilità emotiva, la forza vitale, l’equilibrio mentale, che sono stati inevitabilmente compromessi da queste decisioni?
L’esperienza di tanti italiani ci insegna che, se le cose non cambieranno, la risposta non potrebbe che essere “nessuno”. Anche per questo il referendum del 22 e 23 marzo prossimi rappresenta una straordinaria occasione per chi crede che un Paese è più sano e più libero se la giustizia funziona, se chi sbaglia paga, se la lottizzazione degli incarichi direttivi fra le correnti della magistratura viene definitivamente spazzata via.
Ed è per questo che tanti, indipendentemente da appartenenze, credi politici e convenienze personali, ci stanno mettendo la faccia. Lo stiamo facendo anche nel Nostro Posto e continueremo a farlo.
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