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lettera al direttore

Il peso del processo sul notaio galantuomo

Tra le storture del nostro sistema giudiziario andrebbe fatta un’approfondita analisi

Il peso del processo sul notaio galantuomo

Gentile Direttore, l’aria della tragica scomparsa del notaio Sabatino Santangelo ha colpito profondamente tutti quelli che lo conoscevano come professionista e come uomo. Io ho frequentato più da vicino il fratello Mario, professore universitario di Chirurgia dei Trapianti, uno dei massimi esponenti internazionali in questo settore. Ambedue di elevate qualità umane e grande professionalità. Ambedue “prestati” alla politica, in quanto l’uno è stato consigliere regionale, vicepresidente dell’Assemblea ma, soprattutto, assessore alla Sanità nel periodo in cui Bassolino era presidente della Regione ed io capogruppo di Forza Italia.
Su campi opposti politicamente, come si suol dire, ma da subito reciproci estimatori, poi grandi amici, ricordando le nostre comuni radici irpine e le esperienze della prima gioventù.
Anche quando si completarono la VI e VII legislatura ed ognuno di noi continuò il proprio lavoro nei rispettivi campi d’origine — Mario a trapiantare fegati, salvando letteralmente vite umane, io al mio lavoro di ufficiale generale del Commissariato Militare — continuammo a frequentarci, con appuntamento fisso nella mia casa di Cervinara per la festa del 4 ottobre, giorno di San Francesco.
La conoscenza con Sabatino avvenne anch’essa in occasione di un incontro in luogo istituzionale-elettivo. Mi fu chiesto, infatti, a distanza di anni in cui ero stato consigliere comunale ed assessore di Napoli, di ricandidarmi come capolista di Forza Italia, con candidato sindaco per il Centrodestra Antonio Martusciello e per il Centrosinistra Rosetta Jervolino.
Fui rieletto e per cinque anni ho dovuto assolvere al mio compito di capogruppo alla Regione e consigliere comunale di Napoli.
Fu nell’austero maniero della sala del Maschio Angioino che conobbi il notaio Sabatino Santangelo, fresco di nomina di presidente della “Bagnoli Futura”, che tante pene gli ha procurato. Anche allora, grande stima reciproca e grande amicizia, con preziosi consigli per il mio secondogenito Raffaello, che aveva intrapreso gli studi universitari in Giurisprudenza alla Federico II, eccellendo da subito nelle materie civilistiche, fortemente motivato a partecipare al concorso di notaio, una volta laureato e frequentato il corso propedeutico. Sabatino Santangelo lo conobbe e ne predisse una luminosa carriera notarile, confermata dai notevoli risultati professionali oggi in quel di Piacenza.
Questi rapporti personali mi danno l’input a poterne parlare, scusandomi con la famiglia che vive un grande dolore e alla quale esprimo le più commosse condoglianze. Anche se la famiglia stessa ha tempestivamente smentito l’ipotesi più comune del collegamento tra il gesto estremo del notaio Santangelo e la vicenda processuale a suo carico in merito agli atti da presidente della “Bagnoli Futura” (bisogna pur dare fede a quanto dichiarato), alcuni aspetti della vicenda processuale vanno detti.
Mille e mille sono i motivi che accendono, nell’impenetrabile mente umana, la scintilla della rinuncia alla vita, specie negli istanti immediatamente precedenti al gesto stesso. Tuttavia, non si può banalizzare il “martirio” subìto da circa vent’anni da un galantuomo che della legalità aveva fatto la stella polare della sua professione.
Il notaio, infatti, per sua stessa definizione e tradizione, è il “custode” della legalità.
Un vero delinquente non si fa scrupolo e non ha disagio nell’essere raggiunto da provvedimenti giudiziari e nel caricarseli per decenni; anzi, oserei dire, per lui è una specie di “palmares” da esporre come “padrone assoluto” verso la comunità dove vive con i suoi consimili. Una specie di vecchia figura di cow-boy americano che segnava sulla tacca della propria pistola una linea equivalente al numero delle sue vittime.
Un galantuomo, invece, vive drammaticamente il lungo periodo espositivo di presunti reati, anche infamanti, contro la Pubblica Amministrazione, che poi vuol dire l’intera società in cui vive. Ed è ancora più incidente nell’animo e nella mente di chi svolge una professione fiduciaria, com’è quella notarile. E qui si apre un capitolo triste che cito soltanto, per non far apparire “strumentale” questa tragica morte. Mi domando solo, e vi domando, amici lettori: fino a quando può resistere la mente di un professionista onesto e con una “missione di vita” delicata, custode della legge, accusato di reati infamanti contro la P.A., assolto per ben due volte in Appello, avendo rinunciato anche alla comoda prescrizione, di cui si sono avvalsi tanti politici ad eccezione di Bassolino?
Non vi sembrano eccessivi diciannove anni, per giunta con un altro processo da affrontare, malgrado vi sia stata una ulteriore sentenza perché “il fatto non sussiste” (la più ampia formula delle motivazioni di assoluzione)?
Trascuro altri processi di “revisione” che sono diventati talk-show televisivi, con tanto di audience per la morbosa curiosità della gente (il successo del “Grande Fratello” è la rappresentazione plastica del desiderio umano di sapere degli altri, piuttosto che fare un’analisi introspettiva).
Tra le storture del nostro sistema giudiziario, poi, andrebbe fatta un’approfondita analisi dell’uso indiscriminato della “carcerazione preventiva”, che porta inevitabilmente al sovraffollamento delle carceri. Certo, non dobbiamo arrivare allo “scandaloso” verdetto della libertà su cauzione per un sicuro responsabile della tragedia di Crans Montana, ma nemmeno tenere per decenni sulla graticola della gogna mediatica un innocente!

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