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L’OPINIONE
31 Gennaio 2026 - 09:20
Ogni atto politico, che lo voglia o no, è un atto educativo. Le leggi approvate, il linguaggio usato, le priorità dichiarate e persino i silenzi istituzionali contribuiscono a formare l’idea che i cittadini hanno di sé stessi, degli altri e dello Stato. La politica non si limita ad amministrare il presente: educa il futuro.
Da un punto di vista pedagogico, la politica è una pedagogia implicita. Non insegna attraverso programmi scolastici, ma attraverso modelli di comportamento. Insegna cosa è lecito e cosa non lo è, cosa conta e cosa può essere sacrificato, chi merita attenzione e chi può essere dimenticato. Quando banalizza la complessità, educa alla superficialità.
Quando semplifica il conflitto trasformandolo in nemico, educa alla contrapposizione. Quando promette senza mantenere, educa alla sfiducia. Il problema nasce quando la politica rifiuta questa responsabilità educativa, considerandola estranea al proprio mandato.
In quel vuoto si insinuano disorientamento civico, rabbia sociale e infantilizzazione del dibattito pubblico. Una società in cui tutto è concesso ma nulla è spiegato è una società che cresce senza strumenti critici. E una democrazia senza educazione civica reale è una democrazia fragile.
La scuola, spesso evocata come soluzione universale, non può sostenere da sola questo compito. Se il messaggio istituzionale contraddice quotidianamente ciò che la scuola prova a trasmettere – rispetto delle regole, valore del bene comune, responsabilità individuale – l’educazione perde coerenza.
I ragazzi apprendono più dai comportamenti pubblici che dalle lezioni teoriche. Anche il linguaggio politico ha una funzione formativa. Parole aggressive, semplificazioni emotive, retoriche della paura non sono neutre: modellano il modo in cui i cittadini interpretano la realtà.
Educare alla democrazia significa anche educare al linguaggio del limite, della complessità, della responsabilità condivisa. Assumere una responsabilità educativa non significa moralizzare la politica, ma restituirle profondità. Significa riconoscere che governare non è solo decidere, ma orientare; non è solo rispondere al consenso immediato, ma costruire cittadini capaci di pensiero critico, partecipazione e rispetto delle regole.
Una politica che rinuncia alla sua funzione educativa produce sudditi arrabbiati o spettatori passivi. Una politica che la assume, invece, investe sul tempo lungo, sulla formazione civile, sulla tenuta democratica. Perché il futuro non si governa solo con le leggi: si educa, giorno dopo giorno, con le scelte.
*Pedagogista clinico, giuridico e famigliare
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