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LA RIFLESSIONE
02 Febbraio 2026 - 08:02
L'inaugurazione dell'anno giudiziario a Roma e a Bari
Anche quest’anno, l’inaugurazione degli anni giudiziari, in Corte di Cassazione, come presso le Corti d’appello distrettuali, è stata l’occasione per la magistratura associata – e dunque per i presidenti ed i procuratori generali, che normalmente sono prescelti tra i più intranei all’Anm – per denunciare le nefandezze del Parlamento o, meglio, della maggioranza parlamentare, rea d’aver approvato una riforma costituzionale coll’intento d’assoggettare il potere giudiziario alle brame addomesticatrici del potere politico. Non proprio tutti, per vero, i procuratori generali ed i presidenti delle Corti.
Ad esempio a Napoli, la presidente della Corte d’appello ha avuto parole misurate, come dovrebbe essere per chi occupi ruoli istituzionali. Ma, in prevalenza, l’occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario è stata ampiamente sfruttata per gridare all’attentato all’indipendenza ed all’autonomia della magistratura, alla violazione dei principi fondamentali della nostra carta costituzionale, alla mortificazione dell’ordine giudiziario.
E, in ultima analisi, allo scivolamento dello stato di diritto verso culture sudamericane, dove poliziotti e pubblici ministeri sono al servizio del caudillo del momento.
C’è però qualcosa che accomuna tutte queste retoriche millenariste, un qualcosa che non si lascia osservare con immediatezza ma che, quando ci si pensi, e la si verifichi, non fa che trovare conferme assolutamente uniformi. Tutti questi discorsi da ultima spiaggia della legalità e da dies irae della giustizia, questo prefigurare l’apocalisse alle mura assediate dello stato di diritto, tutto questo annunciare l’avvento di stivaloni che calpesteranno codici e costituzione, s’accomunano in una cifra indelebile: sono discorsi che reggono esclusivamente su parole astratte, invocazioni valoriali, stereotipi pseudoconcettuali.
Queste parole sono essenzialmente sintagmi come l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, la soggezione del giudice soltanto alla legge, la difesa della costituzione dal Parlamento che ne fa strame, e poco altro. Sotto l’usbergo di questi lemmi privi di precisi riferimenti si combatte la battaglia contro la riforma costituzionale.
Ma soprattutto, sotto il riparo di questi stereotipi si favorisce la perpetuazione del sistema, secondo la definizione del Palamara, oggi in libreria con un nuovo volume, Il sistema colpisce ancora. La differenza che corre però tra chi propugna la riforma dell’attuale assetto di potere – che vede l’Associazione nazionale dei magistrati controllare capillarmente il funzionamento ed il voto all’interno del Consiglio superiore della magistratura – e chi lo contrasta e lo sta riformando attraverso una modifica pienamente lecita della costituzione, è che questi ultimi non partono da astratti valori, ma dalla costatazione di fatti concreti.
I riformatori muovono dalla constatazione di quanto l’esperienza ha dimostrato essere gli effetti di questa deviante sovrapposizione dell’associazione di categoria dei magistrati, l’Anm – sempre più vicina ad un partito politico, come ho avuto modo di scrivere in questo giornale un paio di settimane orsono – sul Csm, organo di rilevanza costituzionale che dovrebbe assicurare, autonomia, indipendenza e trasparenza nella vita dell’ordine giudiziario.
Se ci si vuol rendere conto più precisamente di quanto vado predicando, è sufficiente confrontare il libro appena ricordato del Palamara (oportet ut scandala eveniant), con l’altro pubblicato dal presidente dell’Anm Cesare Parodi insieme ad un altro magistrato, in vista del referendum con scopo dichiaratamente propagandistico, indirizzato quindi «a coloro che nulla sanno e nulla vogliono sapere».
Bene, se si legge questo libro – Riforma della giustizia e dintorni – se si ha la pazienza di scorrerlo per intero si noterà una cosa: che non c’è riferimento ad un fatto che sia uno, ad un’esperienza verificatasi, ad un qualcosa che abbia il bene della concretezza storica, nel senso cioè che si riferisca a vicende precise, ad evenienze con le quali sia possibile misurare e formare il proprio giudizio, ad uomini che abbiano posto in essere condotte. Nulla.
Se ci fosse un indice dei nomi in quel libro, sarebbe bianco, perché quando si parla di fatti concreti, vengono di necessità fuori gli uomini, le azioni, le opere ed omissioni – lo sanno bene i giornalisti. Lì nulla, solo affermazioni di principio, peraltro assai poco credibili. Un esempio? A pag. 61 si legge: «L vb o ribadiamo con forza: i magistrati non fanno politica ma applicano la legge, anche se a volte questa applicazione nel caso concreto può piacere o meno a questo o a quell’altro partito. […] La politica non c’entra come non c’entrano gli interessi personali».
Ora, leggere in Italia una tale affermazione, e le infinite consimili che costellano la riflessione dei due togati – uno dei quali, ripeto, presidente dell’Anm – fa pensare che davvero costoro abbiano una molto scarsa considerazione del cittadino italiano. Il quale sarà pur vero che non è necessariamente un esperto, ma un gonzo nemmeno, tant’è che la fiducia nella magistratura nostrana è ai suoi minimi storici – ci sarà pure una ragione?
Se si legge il terzo volume del Palamara, ed i due che l’hanno preceduto – oltre che parecchi altri volumi apparsi in questi anni ad opera di magistrati ed avvocati – si vedrà subito che le cose si mettono assai diversamente: si parla in quei testi di fatti, di sconcezze, di spartizioni dei luoghi del potere giudiziario, di asservimento del Consiglio superiore alle esigenze correntizie, di cordate, pacchetti, accordi e via dicendo, accompagnati da nomi e cognomi: fatti, si badi, quasi mai smentiti – per tema del peggio.
E questo fa una profonda differenza perché, quando è necessario formarsiun’opinione, si deve partire dalla realtà, non da elucubrazioni e da principi astratti, quelli soccorrono dopo o, meglio, accompagnano, non precedono l’osservazione. Il più acuto giornalista italiano del secolo scorso, o almeno tra i più sagaci, Leo Longanesi, usava dire di non amare l’appoggiarsi ai principi, perché essi tendono a piegarsi.
Quando si deve riformare un sistema per renderlo migliore, bisogna partire dall’esame dei difetti che ha più o meno gravemente manifestato. E poi, sulla base di principi razionali, riorganizzarlo. La conoscenza – ed i principi – nascono dall’esperienza, come insegnava già Galilei. Il resto son solo parole, maneggiabili, maneggevoli, facili alla mistificazione ed alla vuota retorica.
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