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iL PUNTO
04 Febbraio 2026 - 08:30
Donald Trump
Si riprende a far sul serio, dopo due settimane nelle quali gli affari esteri che interessano segnatamente noi occidentali sono parsi defilati.
Con un Trump che straparlava più del solito, bersaglio di un tiro incrociato da Unione europea (causa Groenlandia); sparatorie a Minneapolis e contorni di proteste, sfilate di star e radical-pop; film-flop su Melania per vedove stravecchie e inconsolabili ma ormai introvabili soprattutto nelle urne; e sondaggi in picchiata per il partito dell’elefantino con rimonta del somarello (vedi le ultime elezioni locali).
Due settimane nelle quali gli alleati curdi - impegnati fino a ieri nella sorveglianza dei terroristi dell’Isis e delle loro famiglie - ci sono apparsi traditi per l’ennesima volta, sacrificati ai regimi di Turchia e Siria; la “Invencible Armada” Usa giunta in vista delle coste iraniane ha rallentato indecisa quasi riflettesse l’incubo, non di un ricorso storico made in 1588, ma del raid di Jimmy Carter nel 1980; e i negoziati sull’Ucraina inghiottiti dalle sabbie mobili dell’inconcludenza.
Per trovare qualcosa di nuovo, di appetibile per i lettori, ‘Le Monde Diplomatique’ si apriva con l’ennesima fase terminale del sistema comunista a Cuba, dissanguato del petrolio venezuelano che lo manteneva in vita. E invece…
Invece il Venezuela sotto tutela Usa ha liberato i prigionieri politici mentre Nicolàs Maduro ha da fare un’infinità di girotondi in cella; la base Usa in Groenlandia dovrebbe potenziarsi in vista di un futuribile Golden Dome a proteggere pure l’Ue; i terroristi dell’Isis dalla sorveglianza curda passano a quella irachenosiro-americana; alle sanzioni dell’Ue (economiche e con i ‘Pasdaran’ inclusi tra le organizzazioni terroristiche) s’è aggiunta anche la Gran Bretagna; e una mini-tregua strappata da Trump a Vladimir Putin ha rinfocolato la détente russo-statunitense e riavviato la mediazione tra Mosca e Washington sul conflitto in Ucraina.
E oggi negli Emirati Arabi Uniti riprendono i negoziati russoucraini con gli americani a mediare e ad appoggiare una soluzione che stabilisca la rinuncia di Kiev all’intero Donbass (ne controlla circa il 13%) in cambio della sicurezza garantita a tre gradi: dalle forze di Paesi alleati, a loro volta con la eventuale copertura di forze europee, a loro volta potenzialmente sostenute da quelle statunitensi.
A seconda delle esigenze difensive. Un miracolo che Mosca accetti, però a volte la diplomazia… Occhi puntati non solo su Abu Dhabi. Domani si riuniscono in Turchia le delegazioni di Washington e Teheran, guidate dall’inviato statunitense Steve Witkoff (un ‘tour de force’ per lui, proveniente da Tel Aviv e Istanbul) e dal ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi.
A mediare il premier Tayyp Erdogan con il suo ministro degli Esteri, Hakan Fidan. A spingere verso questa mediazione - facendo pressioni sia sul presidente iraniano Masoud Pezeshkian (e quindi su Alì Khamenei), sia sul capo della Casa Bianca - hanno concorso, oltre alla Turchia, la Russia, il Qatar, l’Egitto, l’Arabia Saudita, e non solo. Preoccupa la reazione di Teheran verso i Paesi che ospitano basi Usa, la possibile sopravvivenza del regime fondamentalista, una maggiore instabilità della macro-regione mediorentale.
Trump ieri ha riservato i suoi strali a personalità del Partito democratico (Bill e Hillary Clinton) e media avversari. Sull’Iran è stato sintetico: “Abbiamo navi di grandi dimensioni dirette verso l'Iran, ma stiamo conducendo colloqui con Teheran… Vedremo come andrà a finire”.
Alla portaerei ‘Abraham Lincoln’, che ha sostituito nel Mar Rosso la più piccola ‘Theodore Roosevelt’, si sono aggiunte nei vari teatri regionali altre navi e forze missilistiche, d’attacco e di difesa aerea. La ‘Lincoln’ ha un gruppo d’attacco adeguato a spazzare via il potere temporale dei fanatici religiosi che dal 1979 ha imprigionato in un sudario l’Iran e seminato il terrorismo sciita e, per reazione, quello sunnita rivelatosi ancor più sanguinario.
Terrorismo e guerre dilagate in Medio Oriente e, di lì, in Centrasia e in Africa, infiltrandosi e colpendo in Europa, occidentale ed orientale (Russia compresa) e in America e in Asia. La repressione ultima in Iran ha mietuto un numero di vittime paragonabile, secondo alcune fonti, a quello di oltre un anno di guerra a Gaza. Ma il problema resta “chi” sostituirebbe il sanguinario regime fondamentalista sciita.
L’Iran, cento milioni di abitanti e una superficie che somma penisola iberica e Francia, ha la memoria culturale di un impero antico e di una evoluzione modernizzatrice mal iniziata ed interrotta brutalmente. Il regime ha fatto ‘terra bruciata’ dei leader dell’opposizione.
E nelle strutture del potere manca una opposizione minimamente strutturata e capace d’imporsi. Gli Stati Uniti non vogliono “mettere gli stivali sul terreno”. Hanno una pessima tradizione al riguardo. È questa le vera ragione della mediazione. Tanto più con un Trump dal consenso in calo.
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