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Quando l’amore muore e la famiglia si arrende

Per un bambino l’impatto psicologico è paragonabile a un terremoto

Quando l’amore muore e la famiglia si arrende

Esiste un’espressione, coniata dalla psicologa Anna Costanza Baldry, che colpisce per la sua crudezza e precisione: “orfani speciali”. Sono i figli delle vittime di femminicidio, bambini e ragazzi che non perdono soltanto la madre per mano del padre, ma vedono crollare, in un solo istante, l’intero sistema di certezze affettive e simboliche su cui si fondava la loro vita.
L’ultimo tragico fatto di cronaca - in cui un uomo ha ucciso la madre di suo figlio e, pochi giorni dopo, i suoi stessi genitori si sono tolti la vita - ci costringe però ad andare oltre questa definizione. Qui non siamo davanti soltanto a “orfani speciali”, ma a qualcosa di ancora più estremo: orfani del nulla.
Per un bambino, l’impatto psicologico è paragonabile a un terremoto che non lascia in piedi nemmeno le fondamenta. L’albero genealogico viene abbattuto da una violenza che non ammette appello. Nel giro di pochi giorni, questo figlio viene privato di ogni riferimento affettivo: perde la madre, si ritrova con un padre detenuto e marchiato da un’infamia irreversibile e, infine, perde anche l’ultimo approdo di sicurezza, i nonni paterni. Non si tratta di un semplice accumulo di lutti, ma di un vero e proprio naufragio dell’identità.
In situazioni come questa, il trauma non è unico, ma stratificato. Alla violenza iniziale si somma un abbandono definitivo che può generare nel bambino un senso di colpa profondo e distorto. Il rischio è che il minore interpreti la fragilità e la resa dei nonni come una propria insufficienza: “Non sono stato abbastanza da trattenerli in vita”.
Dal punto di vista pedagogico, sappiamo che il trauma non coincide solo con l’evento drammatico, ma con la distruzione della cosiddetta fiducia epistemica: la capacità primaria di credere che il mondo sia un luogo abitabile e che gli adulti siano figure affidabili di protezione e cura. Quando chi dovrebbe proteggerti uccide e chi dovrebbe sostenerti si arrende, il bambino resta l’unico superstite di una famiglia che sembra aver scelto la morte.
È qui che si crea una dissonanza cognitiva devastante, per usare le parole di Leon Festinger: un conflitto intollerabile tra due rappresentazioni opposte della realtà. Il minore è costretto a far convivere l’immagine del padre come figura di protezione con quella del padre come distruttore totale del suo mondo. Per tentare di risolvere questo corto circuito emotivo, la psiche può ricorrere a meccanismi di difesa estremi, tra cui l’interiorizzazione di una colpa che non gli appartiene.
Questo conflitto, però, non resta confinato nella dimensione interiore. Al trauma privato si aggiunge una pressione esterna potente e spesso violenta: quella mediatica. Il dolore diventa pubblico, esposto, reiterato. Questi bambini, oggi orfani, domani diventeranno adulti costretti a convivere con un cognome che pesa, con un’eredità digitale dell’orrore e con lo sguardo silenzioso — ma giudicante — della società. Il rischio è l’interiorizzazione di uno stigma che li porterà a cercare nei propri tratti fisici o caratteriali l’ombra del “mostro”.
Il percorso verso l’età adulta, per questi bambini, si preannuncia come una sfida enorme rispetto ai normali processi di sviluppo affettivo. La pedagogia insegna che il modo in cui ci relazioniamo agli altri non è istintivo, ma nasce da un lungo processo di rispecchiamento nei modelli primari. Per gli orfani di femminicidio, questo specchio è andato in frantumi. Quando l’impronta del padre è quella del dominio che annienta e la madre resta un’assenza segnata dalla violenza, il rischio è che l’altro - e in particolare il femminile - venga percepito come un territorio pericoloso. Senza un profondo lavoro di risignificazione del trauma, il desiderio di amore può restare intrappolato in un paradosso insolubile: cercare ciò che, nella memoria corporea ed emotiva, è associato a distruzione, colpa e abbandono.
Questa ferita accomuna tutti gli orfani speciali, ma nel recente dramma di Anguillara Sabazia assume contorni ancora più estremi. Qui la solitudine è assoluta. Non c’è un fratello o una sorella con cui condividere il peso del ricordo. C’è un bambino di sei anni, unico superstite di una deflagrazione che ha cancellato tre generazioni in pochi giorni.
Questo bivio psicologico - tra il vuoto e l’ossessione - non è un destino inevitabile. È però il precipizio su cui questi bambini restano sospesi, spesso nell’indifferenza generale. Se l’amore è stato il luogo del delitto e la famiglia il teatro dell’abbandono, la guarigione non può più essere solo una questione privata. Deve diventare un’adozione collettiva.
È qui che si misura la responsabilità di una società: nel destino invisibile di chi sopravvive. Troppo spesso questi bambini finiscono ai margini, schiacciati dalle procedure legali, quando invece dovrebbero essere al centro di un progetto di vita. L’indignazione momentanea non basta. È necessario costruire per loro una famiglia di scelta, capace di sostituire quella di sangue che li ha traditi.
Le istituzioni devono garantire non solo un supporto psicologico, ma anche una vera protezione dell’oblio: il diritto a non essere il “seguito” della storia dei genitori, ma l’inizio di una narrazione nuova. Occorre offrire la possibilità della discontinuità, lavorando - attraverso una pedagogia della speranza - per spezzare il legame tra biologia e destino.
Come ricordava Anna Costanza Baldry, per questi bambini “il tempo non cura nulla, se non è accompagnato”. Il nostro compito oggi — come cittadini, operatori, educatori, come comunità — è proprio questo: accompagnare il loro silenzio. Proteggere il loro diritto all’oblio e, allo stesso tempo, sostenerli nel difficile percorso di tornare a credere che, anche con radici recise, sia ancora possibile fiorire altrove.
Esistere, se sostenuti da una comunità capace di vera cura, può ancora valere la pena.

*pedagogista

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