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07 Febbraio 2026 - 09:29
Il 23 giugno di quest’anno ricorreranno dieci anni esatti dal referendum che sancì l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea: 51,9% Leave, 48,1% Remain. Un risultato di misura, caricato allora di promesse enfatiche e slogan semplici, che oggi appare alla luce dei fatti come uno degli errori strategici più gravi della storia politica britannica contemporanea.
Secondo un recente sondaggio di YouGov, il sentimento dell’opinione pubblica è profondamente cambiato: solo il 30% dei britannici oggi si dichiara favorevole alla Brexit, mentre il 75% dei giovani tra i 18 e i 24 anni si dice apertamente contrario. Altri istituti demoscopici rilevano tendenze analoghe, con scarti minimi.
Non si tratta di un mutamento emotivo o generazionale fine a sé stesso, ma della conseguenza di dati ormai difficili da contestare. Le analisi sulle conseguenze economiche dell’uscita dall’Unione sono diventate nel tempo sempre più convergenti. Un’approfondita valutazione dell’Office for Budget Responsibility stima un costo per l’economia britannica non inferiore a 100 miliardi di euro.
La Bank of England, per voce della sua direttrice economica Swati Dhingra, ha recentemente sottolineato come la Brexit abbia già comportato costi rilevanti per investimenti, produttività e offerta di lavoro, comprimendo la crescita potenziale del Regno Unito.
Ancora più netto il giudizio del Financial Times, che ha liquidato senza ambiguità la narrazione dei “350 milioni di sterline a settimana” promessi da Boris Johnson: la Brexit è stata un fallimento. Anche la ricerca accademica conferma questo quadro. Il National Bureau of Economic Research ha incaricato cinque economisti di valutare gli effetti macroeconomici dell’uscita dall’Unione: il risultato è che il Pil britannico risulta oggi inferiore tra il 6 e l’8 per cento rispetto a quello di Paesi europei comparabili, un impatto peggiore persino delle stime più pessimistiche formulate nel 2016.
Uno studio della London School of Economics rileva inoltre che gli scambi di beni tra Regno Unito e Unione europea sono circa il 17 per cento più bassi di quanto sarebbero stati senza Brexit. Non per l’introduzione di dazi, rimasti formalmente a zero, ma per l’aumento dei costi amministrativi e regolatori: moduli doganali, controlli sanitari, certificazioni di origine e conformità. Costi invisibili nei tariffari, ma pesantissimi nei bilanci.
La rappresentazione plastica di tutto questo sono le code ai porti britannici, i ritardi diventati strutturali nelle catene di approvvigionamento, le spedizioni rinviate o cancellate perché il costo burocratico supera il margine commerciale. Il contraccolpo finale si è scaricato sulla working class: salari reali in calo, potere d’acquisto eroso, aumento dei prezzi dei generi alimentari, non solo per i costi di importazione ma anche per la carenza di manodopera, spesso di origine immigrata.
Una dinamica che ha colpito proprio quei segmenti sociali che più massicciamente avevano sostenuto il Leave. Il fronte politico pro-Brexit si è nel frattempo ristretto e radicalizzato: circa un quarto dell’elettorato, oggi fortemente concentrato attorno a Nigel Farage, con una quota residuale tra i Conservatori in declino. Il resto del Paese è diviso tra Laburisti, Liberali e Verdi, con il rischio di una frammentazione che riduce l’incisività politica complessiva.
Nel frattempo, fintanto che ha le redini del governo, l’esecutivo guidato da Keir Starmer prova a riannodare i fili del dialogo con l’Unione europea. A Downing Street sono in corso colloqui tra la cancelliera dello Scacchiere Rachel Reeves e i vertici economici dell’Ue, Maroš Šefčovič e Valdis Dombrovskis.
Quest’ultimo si è spinto a dichiarare, forse con eccessivo ottimismo, che Bruxelles sarebbe pronta a impegnarsi per una possibile reintegrazione del Regno Unito in un’unione doganale. La posizione dell’Unione resta però ferma: nessun accesso privilegiato al mercato unico senza l’accettazione delle quattro libertà, inclusa la libera circolazione delle persone, tema politicamente delicatissimo per Starmer, anche per non alimentare la retorica anti-immigrazione di Reform Uk. Parallelamente, Bruxelles e Londra lavorano a un’intesa sulla cooperazione in materia di difesa, inclusa la possibile partecipazione britannica al programma Safe da 90 miliardi di euro a sostegno dell’Ucraina.
I colloqui si erano arenati per divergenze sul contributo finanziario, ma Starmer ha recentemente ribadito l’importanza di una stretta collaborazione europea anche sul piano militare. Un primo segnale concreto di riavvicinamento è il rientro del Regno Unito nel programma Erasmus+, che consentirà a oltre centomila giovani britannici di tornare a studiare e vivere liberamente in Europa, e viceversa. Anche le posizioni di Donald Trump hanno contribuito a questo riposizionamento psicologico e strategico.
Le critiche alla cessione delle isole Chagos e l’offesa, poi parzialmente ritrattata, ai militari Nato impegnati in Afghanistan hanno colpito profondamente l’opinione pubblica britannica. Un tributo di oltre cinquecento caduti non è un dettaglio negoziabile nella memoria collettiva di un Paese.
Questi episodi hanno incrinato l’idea che la special relationship con Washington, da sola, possa garantire sicurezza e influenza e hanno reso più evidente quanto un’Europa politicamente matura e rafforzata possa rappresentare uno spazio naturale di appartenenza anche per Londra.
Nel resto del continente le forze sovraniste non arretrano. In Spagna Vox continua a costruire consenso contrapponendo sovranità nazionale e integrazione europea; in Francia il Rassemblement National oscilla tra euroscetticismo tattico e ambiguità strategica; in Germania Alternative für Deutschland spinge apertamente verso una regressione nazionalista che mette in discussione pilastri economici e istituzionali dell’Unione.
Per questo il lavoro federalista non è un lusso teorico, né un progetto per tempi migliori. È una necessità politica immediata e non può essere rinviato in attesa di condizioni ideali che, per definizione, non arrivano mai. E deve vedere l’Unione lavorare parallelamente per rivedere, un giorno non lontano, l’Union Jack sventolare insieme ai vessilli del Vecchio Continente nella comune battaglia per la democrazia, la libertà e una sovranità finalmente condivisa.
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