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Il punto
07 Febbraio 2026 - 09:36
Hanno aperto soltanto uno spiraglio di speranza i colloqui tra le delegazioni di Stati Uniti ed Iran, guidate rispettivamente dall’inviato speciale americano Steve Witkoff e dal ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Una riunione che Teheran ha preteso - non a caso - si svolgesse a Muscat, capitale dell’Oman, scartando Istanbul.
Il sultano Haitham bin Tariq è succeduto circa sei anni fa al cugino Qabus bin Said, il quale per mezzo secolo ha governato con gran saggezza il Paese facendosi apprezzare come “uomo di pace” dai regimi sunniti e sciiti. Haitham tiene a ereditarne il ruolo. Il presidente turco Tayyp Erdogan è stato finora mediatore tra Washington, Mosca e Teheran.
Ai suoi sforzi volti a favorire il ritorno al tavolo dei negoziati di americani e iraniani si erano uniti i leader di Arabia Saudita, Egitto, Qatar, Paesi interessati (segnatamente quelli che ospitano basi Usa) ad un compromesso che eviti un allargamento del confronto militare in una macro-regione mediorientale segnata dal fuoco della guerra. Conflitti che, anche per contagio ma non solo, dilagano nel continente africano, dalla Somalia al Sudan, dalla Libia alla ex Francafrique, dalla Nigeria al Congo e al Mozambico settentrionale.
Il tavolo dei negoziati a Istanbul è parso agli occhi dei fondamentalisti di Teheran troppo affollato: quasi tutti sunniti i partecipanti e tutti troppo interessati a un Iran militarmente più debole, cioè senza armi nucleari, senza missili a media e lunga gittata, senza droni con eccessiva autonomia, e con un programma nucleare ad uso strettamente civile che preveda custodito all’estero (in Turchia) l’uranio processato.
Un Iran nel quale il potere non sia accentrato nelle sole mani dei Pasdaran ma venga un tantino equilibrato da un parlamento (certo, preventivamente ‘filtrato’), forze armate, oligarchia economica. Che poi il Paese resti soggetto a un regime semi-dispotico, al pari o quasi di tutti gli altri ingabbiati dalle “leggi dell’Islam”, tanto meglio per la… stabilità. E pazienza se di confessione sciita. Teheran non ci sta eha optato per l’Oman.
Vedremo i risultati. I conflitti che assegnano vincitori e vinti sono seguiti dalla pace imposta agli sconfitti; i compromessi e le tregue troppo spesso li procrastinano. Le guerre covano sotto la cenere pronti a divampare e permettono ai regimi totalitari di sopravvivere e soffocare nel sangue i sogni delle ultime generazioni aperte alla modernizzazione: è il caso di quella iraniana, che ha dietro di sé la memoria storica dell’impero persiano e della sua cultura e la più recente memoria politica di tentativi frustrati di emancipazione civile e conquista della democrazia.
Non meno magra la riunione ad Abu Dhabi tra delegazioni ucraina, russa e americana (sempre affidata agli instancabili Witkoff e Jared Kushner). Ne hanno profittato solo i prigionieri scambiati. Volodymyr Zelensky già preannuncia un nuovo appuntamento, lo desidera negli Usa, ma non spiega per quali motivi avrebbe maggiori probabilità di successo. C’è poco da stupirsi, da tempo si parla addosso.
Gli fa eco il presidente francese Emmanuel Macron che dopo aver preannunciato l’invio di soldati in Ucraina, ci ha ripensato e da una settimana implora udienza al Cremlino. Contorno, che conta poco o nulla. Un paio di telefonate di XiJinping a Putin ed a Trump già disegnano le prime bozze della prossima architettura degli equilibri internazionali. Trump sarà ad aprile in Cina. Idem Putin, chissà se prima, dopo o… contemporaneamente.
Significativo che gli incontri siano stati decisi mentre spirava il trattato sulla limitazione delle armi nucleari strategiche newStart (New strategic arms reductiontreaty). Questo trattato era stato firmato un quindicennio fa dai presidenti russo Dmitry Medvedev e statunitense Barak Obama.
Durata prevista un decennio e rinnovato per cinque anni. Il newStart costituiva l’aggiornamento dei trattati Start, con i quali erano stati a loro volta aggiornati i precedenti trattati Salt: elaborati a cavallo degli anni Settanta del secolo scorso, inaugurati dal presidente Usa Richard Nixon e dal segretario del Partito comunista dell’Unione Sovietica Leonid Breznev. Quelle intese permisero di ridurre nel tempo gli ordigni atomici da sessantamila a poco più di una decina di migliaia.
Il Cremlino aveva chiesto alla Casa Bianca di procrastinare il newStart e discutere una nuova formulazione di accordo. Trump si è opposto perché chiede si associ pure la Cina, che fra quattro anni possiederà un migliaio di testate nucleari strategiche. Ora ne conta 300, poco più della Francia. Ma Pechino ha rifiutato l’invito.
E Trump ha concluso facendo spallucce: “Non era un buon trattato e ne faremo uno migliore”. Ma c’è un altro motivo. Al presidente statunitense interessa il programma di Scudo spaziale di Ronald Reagan: il Golden dome (la Cupola dorata) anti-missile da schierare in Groenlandia a protezione degli Stati Uniti.
E sperabilmente a difesa pure dell’Europa. Incredibile Donald Trump: straparla, imprevedibile, funambolico, sempre deciso a replicare a muso duro persino al più inutile avversario politico, in un saliscendi impressionante di critiche e di consensi.
Aveva raggiunto nelle indagini demoscopiche il picco di approvazioni con la mediazione nel conflitto in Ucraina, la lotta all’immigrazione illegale, l’inizio di reindustrializzazione in patria attraverso dazi mirati, la tregua a Gaza, lo sviluppo degli Accordi di Abramo con i regimi arabi, il bombardamento del centro nucleare in Iran, il ‘recupero’ del Canale di Panama, l’affondamento dei navigli narcos, la cattura di Nicolàs Maduro con la liberazione dei suoi prigionieri politici e il regime del Venezuela sotto tutela, il nuovo corso collaborativo con i governi di Colombia e Messico, la lotta ai movimenti ‘woke’ e di ‘cancelculture’, una più dura repressione del crimine, l’‘Equalemployment opportunity commission’ a impedire che le imprese (l’ultima indagata la Nike) discriminino i bianchi con prestabilite quote di favore a dispetto del merito, e via elencando…
Il capo della Casa Bianca era poi precipitato al livello più basso con il bullismo che permeava la pretesa di occupare o acquistare (pure a prezzi di saldo) la Groenlandia, quando difenderla dalle mire cinesi assieme agli alleati danesi ed europei poteva conciliarsi con il progetto Golden dome e, soprattutto, con il modus operandi non poche volte brutale delle pattuglie dell’Ice a caccia di clandestini a Minneapolis col risultato di ridare voce all’opposizione radicale e al Partito democratico e di perdere appoggi nella borghesia moderata, in particolare in quella degli ispanici e di più recente immigrazione.
Tuttavia, sono bastati un ritiro parziale di agenti Ice da Minneapolis, toni più calmi con gli alleati e un rilancio delle trattative sul piano internazionale per un recupero di consensi, testimoniato incredibilmente dal numero in aumento di spettatori al film (sic!) su sua moglie Melania.
E questo mentre i Dem già s’immaginano vincitori alle elezioni autunnali di Midterm e si sbilanciano addirittura verso le presidenziali (fra ben tre anni) indicando, fra gli altri, il neosindaco di New York, Zohran Madmani , il quale ha celebrato la “giornata dell’hijab”, esaltando il velo islamico e incitando le donne americane a indossarlo!
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