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L'opinione
08 Febbraio 2026 - 10:36
L’Italia sta entrando nell’era dell’Intelligenza Artificiale come un Paese diviso in due. Da un lato, territori che sperimentano, investono, formano competenze e attraggono imprese innovative. Dall’altro, un Mezzogiorno che rischia di restare spettatore, non per mancanza di talento ma per assenza di condizioni.
È questo il vero pericolo: non l’IA in sé, ma il fatto che il Sud non venga messo nelle condizioni di usarla. Un digital divide 2.0, più profondo e silenzioso di quello infrastrutturale.
Per anni il dibattito si è concentrato sulla banda larga, sulle connessioni lente, sui territori isolati. Oggi il problema è cambiato. La tecnologia corre più veloce delle politiche pubbliche e della capacità dei sistemi locali di adattarsi. L’IA amplifica ciò che trova: dove esistono competenze genera valore, dove mancano produce esclusione. E il Mezzogiorno, ancora una volta, rischia di essere il luogo in cui la rivoluzione arriva per ultima, quando i giochi sono già decisi.
Il rischio è evidente: un Sud che utilizza l’IA solo come consumatore e non come produttore. Un territorio che non sviluppa algoritmi, non integra l’automazione nei processi produttivi, non forma tecnici e professionisti in grado di governare la trasformazione. In altre parole, un Sud che non partecipa alla creazione del valore, ma ne subisce gli effetti.
Un divario che non riguarda soltanto l’economia, ma la cittadinanza, la partecipazione, la dignità stessa di territori ridotti al ruolo di periferia digitale.
Eppure, proprio qui potrebbe nascere una risposta diversa. Il Mezzogiorno possiede una risorsa che nessuna tecnologia può sostituire: la comunità. La capacità di costruire reti, condividere saperi, creare presìdi territoriali in cui la formazione non è un atto burocratico, ma un investimento collettivo. L’Intelligenza Artificiale non deve diventare un privilegio per pochi, ma un diritto di cittadinanza. E questo diritto si costruisce dal basso: nelle scuole, nelle università, nelle associazioni, nei luoghi in cui le persone si incontrano e imparano insieme.
Serve un Piano Mediterraneo per le Competenze Digitali, capace di mettere in relazione istituzioni, imprese, terzo settore e comunità locali. Non l’ennesimo documento di buone intenzioni, ma un impegno misurabile e concreto: laboratori territoriali, formazione continua, incentivi alle imprese che innovano nel Sud, programmi in grado di restituire ai giovani un ruolo da protagonisti, non da spettatori.
Il Mezzogiorno non può permettersi di perdere anche questa rivoluzione. Questa volta non è in gioco solo lo sviluppo economico, ma la possibilità stessa di restare parte del futuro. E il futuro, con o senza di noi, non aspetta.
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