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Giustizia senza tifoserie, il valore del confronto civile

La separazione delle carriere non è una bandiera contro qualcuno. È una proposta che intercetta una domanda diffusa di chiarezza dei ruoli

Giustizia senza tifoserie, il valore del confronto civile

La giustizia non chiede tifoserie. Chiede serietà, memoria e rispetto per chi è chiamato a decidere. Tutto il resto è rumore.
È dentro questa distinzione che va letto il referendum costituzionale sulla giustizia del 22 e 23 marzo.
Non come una prova di forza tra schieramenti contrapposti, ma come una scelta che riguarda il rapporto tra lo Stato e i cittadini. Ridurlo a uno scontro ideologico significa semplificare ciò che, per sua natura, è complesso e sottrarsi al confronto sul merito.
Negli ultimi giorni il dibattito pubblico ha mostrato con chiarezza questa frattura. Da una parte, chi come noi prova a discutere delle riforme assumendosi la responsabilità di spiegare e confrontarsi anche con chi non è d’accordo. Dall’altra, chi preferisce alzare i toni, evocare scenari di pericolo e trasformare una consultazione costituzionale in una battaglia identitaria.
In Campania questa scelta è stata rivendicata apertamente dal Partito Democratico. La riforma viene presentata come un attacco ai magistrati e come una minaccia all’equilibrio costituzionale. È una linea politica precisa: spostare il referendum dal merito alla contrapposizione, costruendo un fronte ideologico nel quale chi propone una riforma viene raccontato come un pericolo e non come un interlocutore.
È una scelta legittima, ma resta ideologica. Perché rinuncia al confronto e preferisce la logica dello scontro. E perché si regge su una memoria selettiva che finisce per indebolire la credibilità del dibattito. Tra il 2021 e il 2022, infatti, lo stesso Partito Democratico aveva depositato in Parlamento proposte che intervenivano sugli stessi nodi oggi contestati, dall’assetto disciplinare della magistratura all’ipotesi di un’Alta Corte con l’ultima parola sulle sanzioni, con una composizione a maggioranza non togata. Proposte avanzate ben prima che la riforma dell’attuale ministro Carlo Nordio fosse elaborata.
Allora quelle soluzioni venivano considerate praticabili. Oggi vengono descritte come un attentato all’autonomia delle toghe. Questo cambio di giudizio non è mai stato spiegato fino in fondo. E quando, su un tema che riguarda la Costituzione, si preferisce rimuovere il passato invece di chiarire le ragioni del presente, il confronto si trasforma in allarme e perde profondità. Questa oscillazione non è un problema di coerenza interna ai partiti, ma di chiarezza verso i cittadini.
Perché quando si parla di giustizia non si parla di astratte architetture istituzionali. Si parla di vite. Di persone in carne e ossa che, anche per un errore o per un’accusa infondata, possono vedere compromessa la propria esistenza: il lavoro, la reputazione, la famiglia. Anche quando arriva un’assoluzione, spesso il danno resta. È qui che il dibattito dovrebbe fermarsi e porsi una domanda semplice: e se accadesse a te?
La separazione delle carriere non è una bandiera contro qualcuno né un’operazione punitiva nei confronti della magistratura. È una proposta che intercetta una domanda diffusa di chiarezza dei ruoli e di imparzialità percepita, che viene dalla società e da chi chiede una giustizia senza zone d’ombra.
È qui che passa la vera linea di demarcazione. Da una parte, lo scontro ideologico. Dall’altra, il confronto civile, che considera il referendum per quello che è: uno strumento di partecipazione e di responsabilità.
Per questo Forza Italia, a livello nazionale come nei territori, ha scelto la strada della mobilitazione nel Paese reale. Non una campagna chiusa nei palazzi, ma un percorso che attraversa città, comuni e piazze per spiegare, ascoltare e assumersi la responsabilità delle proprie posizioni.
In una consultazione costituzionale il dissenso non è un fastidio da zittire. È una parte essenziale del confronto democratico. Ed è proprio dalla disponibilità ad ascoltare anche chi è contrario che si misura la serietà di una proposta riformatrice.
La giustizia non ha bisogno di tifoserie. Ha bisogno di coerenza, di rispetto e di confronto. Quando si parla di Costituzione, la propaganda non è una scorciatoia: è un rischio.

*Vicesegretario regionale Forza Italia Campania

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