Tutte le novità
L’ANALISI
13 Febbraio 2026 - 08:02
Ci sono ragazzi che non fuggono di casa, non gridano, non rompono vetrine. Fanno qualcosa di molto più difficile: restano. Restano in silenzio, nelle loro stanze, aspettando il momento giusto per dire chi sono davvero.
Ragazzi gay che temono non la società, ma lo sguardo dei propri genitori. Per molte famiglie, la scoperta di un orientamento sessuale diverso da quello immaginato è uno shock. Non per cattiveria, ma per paura. Paura di aver sbagliato, di non capire, di essere giudicati. Paura, spesso, di un mondo che sembra improvvisamente ostile al proprio figlio.
Ma qui occorre una verità semplice e radicale: l’orientamento sessuale di un figlio non è una colpa, non è una moda, non è una ribellione. È una dimensione profonda dell’identità, che non chiede correzione, ma riconoscimento. Molti genitori fanno fatica ad accettare non perché non amino i propri figli, ma perché confondono l’amore con l’idea che avevano costruito su di loro.
E quando quell’idea cade, rischia di cadere anche il dialogo. Il silenzio diventa distanza. Le battute diventano ferite. Le “buone intenzioni” si trasformano in rifiuto mascherato. Per un ragazzo gay, non essere accolto in famiglia significa vivere una frattura intima. Non si tratta solo di sessualità, ma di appartenenza. Di sentirsi al sicuro.
Di sapere che casa resta casa, anche quando si è diversi da come qualcuno aveva immaginato. Accogliere non significa capire tutto subito. Significa non chiudere la porta. Significa dire: non so ancora come affrontare questo, ma voglio farlo con te. È un atto educativo potentissimo, perché insegna che l’amore adulto non è controllo, ma presenza.
Le famiglie hanno diritto al tempo, al dubbio, alla fatica. Ma i figli hanno diritto a non essere negati. E tra questi due diritti si gioca una responsabilità enorme: quella di scegliere se essere rifugio o ostacolo. Serve una cultura dell’ascolto che parta dalle case, prima ancora che dalle scuole.
Serve che gli adulti imparino a fare una cosa difficile: disimparare le proprie paure. Non per ideologia, ma per amore. Perché un figlio non si cresce per farlo somigliare a noi, ma per aiutarlo a diventare se’ stesso. Un ragazzo accolto è un ragazzo più forte, più sereno, più capace di stare nel mondo.
Un ragazzo respinto è un dolore che spesso non fa rumore, ma scava. E allora forse la domanda giusta non è: “perché sei così?” Ma: “come posso camminare con te, anche se il cammino non lo conosco?” Perché prima di ogni etichetta, prima di ogni paura, prima di ogni idea, resta una verità che dovrebbe unire tutti: un figlio non si ama nonostante ciò che è, ma per ciò che è.
*Pedagogista clinico, giuridico e famigliare
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Copyright @ - Nuovo Giornale Roma Società Cooperativa - Corso Garibaldi, 32 - Napoli - 80142 - Partita Iva 07406411210 - La società percepisce i contributi di cui al decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70. Indicazione resa ai sensi della lettera f) del comma 2 dell’articolo 5 del medesimo decreto legislativo - Il giornale aderisce alla FILE (Federazione Italiana Liberi Editori) e all'IAP (Istituto di autodisciplina pubblicitaria) Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questo giornale può essere riprodotta con alcun mezzo e/o diffusa in alcun modo e a qualsiasi titolo