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Il dibattito
16 Febbraio 2026 - 08:32
Il referendum sulla giustizia sta accendendo il dibattito pubblico e, insieme, rischia di offuscarne la lucidità. Non intendo prendere parte a una contesa di schieramento. Vorrei piuttosto cogliere questa occasione per richiamare un principio semplice: in una democrazia matura, anche quando è attraversata da tensioni profonde, si dovrebbe poter discutere nel merito delle riforme, distinguendo ciò che funziona da ciò che va corretto.
Sono in gioco credibilità, equilibri istituzionali e prospettive politiche di lungo periodo. Ma il pluralismo – che è il respiro stesso della democrazia – non può essere sacrificato alla logica della vittoria immediata o della rivalsa ideologica. La giustizia non è terreno di conquista: è fondamento dello Stato.
Come ricordava Cicerone nel De Officiis, «la giustizia è il fondamento della comunità civile». Senza di essa, l’ordinamento si svuota; con essa, anche il conflitto trova una misura. Le leggi nascono dai bisogni concreti della collettività. Così è stato fin dall’antichità: le Tavole della Legge – nella tradizione biblica come in quella romana – non sono che la risposta a un’esigenza di ordine condiviso.
Le regole valgono perché riconosciute come necessarie. Quando non lo sono più, devono poter essere discusse, corrette, migliorate. Per questo un referendum sulla giustizia richiede ponderazione, non slogan. Occorre presentare con chiarezza le ragioni del sì e quelle del no, illustrarne le conseguenze possibili, valutarne l’impatto sull’equilibrio tra i poteri. Platone, nella Repubblica, scriveva che la giustizia consiste nel «fare ciascuno il proprio compito».
In un moderno Stato costituzionale ciò significa preservare l’equilibrio tra funzioni diverse, evitando sovrapposizioni e invasioni di campo. Al tempo stesso, la giustizia non è un’astrazione. È tutela concreta dei diritti, a cominciare dalla presunzione di innocenza, cardine di ogni ordinamento liberale.
Ogni riforma dovrebbe misurarsi su questo metro: rafforza o indebolisce le garanzie? Accresce o riduce la fiducia dei cittadini nelle istituzioni? Non esistono sistemi perfetti. È legittimo ritenere che l’assetto attuale non sia il migliore possibile, così come è legittimo difenderlo. Ciò che non è accettabile è trasformare la discussione in una contrapposizione permanente tra “caste” e popolo, tra potere e società.
L’equità non è appannaggio di una categoria, ma nasce dall’equilibrio tra istituzioni e cittadini, dalla capacità di ascoltare le crepe prima che diventino fratture. Aristotele, nell’Etica Nicomachea, definiva la giustizia «virtù perfetta» perché riguarda sempre il rapporto con gli altri. È una virtù che esige responsabilità reciproca.
E Kant ammoniva che, se anche la società dovesse dissolversi, la giustizia dovrebbe sopravvivere: un paradosso che sottolinea quanto essa sia principio fondativo, non accessorio.
Il referendum può diventare allora un esercizio di maturità collettiva. Non una guerra di religione, ma un confronto rigoroso. Non un regolamento di conti, ma un’occasione per interrogarsi sul tipo di Stato che vogliamo. La qualità della nostra democrazia si misura anche dalla capacità di discutere di giustizia senza smarrire il senso della giustizia stessa.
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