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L'analisi
16 Febbraio 2026 - 08:33
Il Museo di Capodimonte
Il Museo e Real Bosco di Capodimonte ha deciso di dedicare una due giorni al tema dell’amore, in corrispondenza della festa di San Valentino. L’allestimento è stato pensato d’intesa con l’Associazione Amici di Capodimonte che meritoriamente, ormai da molti anni, si dedica alla valorizzazione di quella importantissima realtà monumentale e museale che si deve alla magnificenza carolina in singolare coalescenza con gli ‘occupanti’ francesi del decennio 1806-1815.
Può sembrar strano che capolavori dell’arte tardo rinascimentale e barocca vengano posti al servizio di una tra le più commerciali e prosaiche ricorrenze nazionali. Ma anche di una tra le più godute e sentite da parte delle fasce generazionali più giovani e quindi cariche di futuro. Ma strano, in fin dei conti non è.
L’arte figurativa classica, ai suoi tempi, svolgeva un compito comunicativo molto importante e serviva a trasmettere tradizione e conoscenze, ad un tempo dilettando e affinando il gusto. I soggetti ai quali i pittori s’informavano erano quelli che venivano dalla tradizione.
Della tradizione sacra, ovviamente, ma anche di quella epica, dei modelli trasmessi dalla letteratura lirica, dai miti, dalle idealizzazioni del tempo che fu, assicurando a tutto ciò una continuità ed un valore coesivo, che nel tempo hanno contribuito a dare volto alla civiltà occidentale. Già, civiltà occidentale.
Ma cosa possiamo intendere per civiltà occidentale? A cosa crede, o meglio ha creduto, la civiltà occidentale, cosa ha fatto sì che, in modo forse non privo d’una certa presunzione, dalle nostre parti s’è parlato di occidente come d’una realtà spirituale distinta da quella orientale, come anche da quella del sud del mondo?
E cosa c’entra in tutto ciò l’arte? Beh, forse possiamo dire, con il conforto di molti pensatori che su queste cose hanno riflettuto da lungo tempo, e citarli saprebbe d’inutile sfoggio, che quello di cui possiamo menar vanto, o almeno potevamo fino al sesto, settimo decennio del secolo scorso, è nel non aver creduto all’unità delle idee, nell’aver vinto la battaglia contro i dogmatismi d’ogni sorta, religiosi, anzitutto, ma anche politici, economici, culturali in generale, in nome della molteplicità delle idee, del pluralismo nel credere a molte e diverse cose, non necessariamente compatibili tra loro, se non per il riconoscersi nel valore delle idee che generano idee, di costumi che producono costumi, di confronti che danno valore alla critica, nell’aborrire ogni portatore di verità, per la convinzione che veritas filia temporis e che al più è possibile approssimarsi ad essa, ma che certamente non è in alcun modo possibile conseguirla definitivamente, perché la verità è in continuo movimento attraverso i linguaggi che l’uomo sa darsi per esprimere il proprio precarissimo essere.
E cosa c’entra l’arte? Cosa c’entra l’iniziativa di Capodimonte. C’entra molto. Il mondo dell’arte è quello privo di certezze, è il mondo in cui, attraverso la ricerca del bello, o come pur si dice, attraverso l’arte per l’arte, si permette alla realtà d’esprimersi nel modo più diretto ed intuitivo possibile, rompendo categorie previeed assolutismi d’ogni sorta; ed anche quando l’arte si è proposta funzioni didattiche e più direttamente di critica sociale – denunciando le ingiustizie, denudando gli eroismi, disarticolando ipocrisie ed in molte altre forme – l’ha fatto a suo modo, al modo dell’arte, sollecitando attraverso il momento estetico quello razionale e quindi sconvolgendo le categorie ricevute e banali del pensiero, utili solo a favorire gli interessi dietro di esse nascosti.
L’arte barocca è stata a suo modo rivoluzionaria, ha inteso sconvolgere forme, creare esagerazioni, sommuovere sentimenti acquietati, rompere equilibri: e l’ha fatto nel modo più subdolo e quindi efficace, servendosi di forme classiche rivisitate, e dimostrando in tal maniera che anche in quanto più reputato comune s’annida l’inganno, l’equivoco, l’ipocrisia. Non ch’io pensi che chi è andato a visitare quelle sale fascinose debba recepire questo messaggio.
Ovviamente no, anche perché è un messaggio che in quella forma non potrebbe più ottenere registri comunicativi ai nostri giorni, così tanto mutati. Ma l’aver creato – attraverso una leva tanto motivante quale il rito di San Valentino – un incontro con l’arte, con l’arte tematizzata intorno a qualcosa che accomuna tutti gli umani, fa svolgere oggi, sia pur per diversa via, un compito di sommovimento, che è uno tra i compiti dell’arte, e non il meno importante.
In un’epoca di sempre più imperante conformismo, in una temperie in cui la banalità del pensiero artificiale e la pervasività degli strumenti attraverso i quali ognora s’impone su ciascuno di noi, avvicinarsi al modo dell’arte da parte di chi probabilmente non lo farebbe altrimenti e comunque non lo farebbe spinto da motivanti e fecondanti sollecitazioni, beh questo può significare qualcosa.
Può servire a conoscere un altro modo di vedere, apprezzare differenti forme attraverso le quali il pensiero si ferma e s’afferma in immagini, che non sono solo quelle sfuggenti e rollanti ininterrottamente sullo schermo di un iPhon, immagini che trasmettono solo il senso del superficiale, dell’inafferrabile, di ciò su cui non è necessario fermarsi per pensare e riflettere, ma dolce è il lasciarsi trascinare inebetiti ed ignari.
Sono, quelle dell’arte, le immagini in cui i sentimenti sono faticosamente rappresentati attraverso la mediazione della forma artistica, che è un’espressione del sentimento di chi la concepisce e l’interpreta servendosi del retaggio d’una lunga tradizione e di un’acquisita maestria.
Sono le immagini in cui il sentimento, anche quando spinge ad azioni brutali, non è pura brutalità, ma traduzione artistica che resta dentro chi l’osserva e fa pensare, educa interiorizzandosi, crea categorie dello spirito. Dunque, un plauso a chi ha pensato all’iniziativa e ben ne vengano d’altre dalla consimile ispirazione.
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