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Il referendum sulla giustizia: rischio di disinformazione

Conoscere i dettagli della riforma permette di non cadere nel tranello degli slogan e di decidere quale futuro vogliamo dare alla giustizia italiana

Il referendum sulla giustizia: rischio di disinformazione

L’esito della riforma costituzionale rischia di essere condizionato da una narrazione distorta, tanto da far emergere la necessità di distinguere i fatti dagli slogan e garantire ai cittadini un esercizio libero del diritto di voto.

Il rischio più grande è la disinformazione, perché quando circolano notizie imprecise o apertamente false, la libertà di scelta del cittadino viene compromessa. Pertanto occorre spogliare il dibattito dai pregiudizi e dagli interessi dei singoli per poter guardare liberamente al dato normativo nell'interesse della collettività.

Innanzitutto, molti sostenitori del No affermano che la riforma non serva ai cittadini: invece, l’obiettivo primario è proprio il rafforzamento dei diritti dei cittadini in ambito processuale. Attraverso la separazione delle carriere e un nuovo assetto ordinamentale, si punta a una democrazia giudiziaria più solida, dove il giudice sia un soggetto terzo e imparziale sopra le parti.

Un’esigenza espressa dal partigiano Giuliano Vassalli, padre del codice di procedura penale del 1989, come assolutamente indispensabile per attuare il suo modello accusatorio che superava il modello inquisitorio di stampo fascista. Esigenza che potrà essere realizzata dopo circa quarant’anni.

Infatti, il sistema attuale non garantisce la terzietà e l'imparzialità, considerato che Pm e Giudici sono valutati dallo stesso organo, fanno carriera nello stesso circuito e rispondono alle stesse dinamiche di potere interno. Questo produce un’asimmetria strutturale, che non significa processi truccati ma un difetto strutturale di terzietà.

Un'altra delle critiche più frequenti dei sostenitori del No riguarda il presunto asservimento del Pm al potere esecutivo. Anche questa è una lettura infondata, considerato che la riforma non contiene alcuna norma che preveda tale sottomissione: al contrario, con la modifica dell'art. 104 della Costituzione, l'indipendenza del Pm viene "blindata" a livello costituzionale. Non esiste alcun dato normativo che lasci presagire una volontà di controllo o un'ostilità verso i magistrati.

L'indipendenza dei giudici resta intatta proprio perché l'art. 104 non viene indebolito ma semmai valorizzato eliminando le possibili interferenze tra chi accusa e chi giudica. Altro tema riguarda il sorteggio dei componenti togati del Csm, che viene additato dell'accusa di violare la "rappresentatività" della magistratura.

Anche in questo caso il presupposto è errato, in quanto il Csm non è un parlamento della magistratura ma un organo di rilievo costituzionale incaricato di gestire la vita professionale dei magistrati. Il sorteggio garantisce a ogni magistrato di partecipare alla gestione del sistema senza dover necessariamente aderire a una "corrente" o subire pressioni associative.

Oggi il vero pericolo per la separazione dei poteri è rappresentato proprio dal correntismo, che costituisce la negazione della giustizia, strumento di mortificazione della magistratura, il sistema svelato dal caso Palamara ne è la dimostrazione. Infine, l'Alta Corte Disciplinare viene definita "inutile": al contrario, è uno strumento di garanzia, in quanto composta da figure di alto profilo (magistrati, avvocati e professori) sorteggiate, che si occuperà esclusivamente di procedimenti disciplinari.

Questo garantirà l'imparzialità, grazie all'assenza di commistioni con l'attività amministrativa, e la velocità: i nuovi Consigli Superiori potranno concentrarsi su nomine e trasferimenti con maggiore celerità, lasciando il giudizio etico-professionale a un organo ad hoc. Conoscere i dettagli della riforma permette di non cadere nel tranello degli slogan e di decidere quale futuro vogliamo dare alla giustizia italiana.

*Presidente Ordine avvocati di Napoli 

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